Eventi internazionali
Epta Annual Conference

Data:   26/10/2004 - 27/10/2004
Luogo: Parigi


1. I problemi esistenti.

Il rilancio su vasta scala dell'attività di ricerca e sviluppo è percepito nel dibattito parlamentare e nell'intero settore della Governance italiana come un impegno di importanza vitale per il sistema produttivo nazionale.
In uno scenario caratterizzato dalla competizione dei paesi più sviluppati leader nei comparti dell'alta tecnologia, come gli Usa e il Giappone, e dalla concorrenza molto marcata di paesi prepontemente emergenti come la Cina e l'India, il sistema industriale italiano deve confrontarsi con limitazioni storiche: la concentrazione industriale su business a basso valore aggiunto, dove è sempre più impossibile competere con nazioni dove il costo del lavoro è molto più basso (settori tessile, calzaturiero, ecc) o che sono più vicine alle fonti della materia prima (settori siderurgico, chimico, ecc.); l'insufficienza del contributo del settore privato alla ricerca e sviluppo, a causa dell'insufficiente dimensione e capitalizzazione delle imprese italiane, che le costringe ad adoperare gran parte del cash flow per il pagamento del debito anzichè per investimenti innovativi; conseguentemente la dipendenza dell'innovazione dal settore pubblico e la rilevanza della questione dell'insufficienza della quota di bilancio pubblico in rapporto al PIL destinato alla ricerca; la necessità di creare sinergie tra la ricerca e lo sviluppo dei settori privato e pubblico e di incrementare il tasso di innovazione tecnologica nel tessuto produttivo delle piccole e medie imprese e del Made in Italy che da sempre rappresentano un settore produttivo centrale per l'Italia.
Se la sfida è dunque quella di ricollocare il sistema industriale italiano verso la produzione di beni e servizi a più alto valore aggiunto la percezione politica ed istituzionale è che occorre sviluppare quell'economia della conoscenza alla base della strategia di Lisbona, per la quale la ricerca scientifica ed applicata e la diffusione dell'innovazione tecnologica sono le uniche strade da intraprendere senza esitazioni.
Molte sono le iniziative da intraprendere e che in parte sono state avviate.
La politica per favorire la ricerca e lo sviluppo deve intervenire sia nel settore pubblico che in quello privato.
La questione dei finanziamenti pubblici è centrale, proprio perché il ruolo del settore è stato sinora insufficiente ad assicurare un adeguato sviluppo della ricerca.
Gli stanziamenti pubblici per la ricerca in Italia sono ancora distanti sia dalla media europea, sia dagli obiettivi di Lisbona.
Nell'ultimo decennio la spesa per R&S in Italia si è assestata all'attuale 1,04% del PIL, con un contributo del settore privato ascrivibile allo 0,45% del PIL. Inoltre, in un contesto macroeconomico che registra una congiuntura non favorevole per il settore privato, cala, secondo recenti stime ISTAT, anche la spesa complessiva per le attività di ricerca e sviluppo (privata e pubblica, università escluse), che passa dagli 8.073 milioni del 2001 agli 8.037 milioni previsti per il 2002.
Tale scarsità di risorse, - imputabile, per il settore pubblico, anche al quadro macroeconomico negativo e ai vincoli di un patto di stabilità europea improntato a privilegiare la stabilità rispetto agli obiettivi di crescita - influisce sulla competitività nazionale nei principali settori ad elevato contenuto tecnologico (Telecomunicazioni, Informatica, Difesa, Auto, ecc.). In tale senso vanno d'altronde le conclusioni del rapporto della Commissione europea "Towards a European Research Area. Science, Technology and Innovation." del novembre 2002 che sottolinea come l'Italia abbia bisogno di investire in modo significativo nella propria economia della conoscenza per poter convergere verso i valori medi europei di investimento nella ricerca.
I dati finanziari esposti non devono peraltro portare a sottostimare la qualità delle risorse umane di cui il paese dispone nel settore della ricerca. Il numero ed il valore delle pubblicazioni scientifiche quotate internazionalmente e, paradossalmente, lo stesso fenomeno della fuga dei cervelli dalle Università italiane prevalentemente verso gli Stati Uniti, attestano le capacità dei nostri ricercatori.
Il tema riguarda indistintamente le grandi e le piccole imprese, l'industria ed i servizi, il settore pubblico e quello privato, condizionando il futuro dell'intero sistema paese e la sua capacità di proiettarsi al di fuori dei confini nazionali. Il tema della ricerca coinvolge, infatti, dalle fondamenta il modello di istruzione ed in maniera determinante le università, si riflette sul modo di essere dell'impresa e condiziona in modo decisivo le forme di intervento pubblico in favore del sistema produttivo.
Le grandi imprese, da un lato, sono il principale motore della ricerca nei paesi avanzati, in quanto i risultati della ricerca vanno a beneficio dell'intero sistema produttivo. Da più osservatori del mondo politico e industriale le recenti difficoltà di grandi gruppi industriali, come ad esempio la Fiat, sono state associate anche al volume ridotto delle risorse investite in R&S rispetto ai principali competitors.
l problemi della piccola e media impresa sono, a loro volta, legati in maniera evidente ad una forte carenza di investimenti in ricerca e sviluppo, i quali sono stati prevalentemente concentrati sulle innovazioni di processo, necessarie per mantenere la competitività dei propri costi, anzichè sulle innovazioni di prodotto, senz'altro più rischiose e costose, con margini di ritorno di medio periodo, ma in grado di alimentare quella nuova industria che in tutti i paesi sviluppati si dimostra la carta vincente nella competizione internazionale.
In tal senso, lo stesso made in Italy necessita di essere corroborato da robuste dosi di tecnologia e di innovazione, in grado di valorizzarlo e di renderlo inattaccabile ad opera delle economie meno sviluppate.
La ricerca è, inoltre, la via per far crescere le aziende nell'ambito di "distretti innovativi ad alta tecnologia", orientati sui settori del futuro (Information & Communication Tecnology, biotecnologie, nanotecnologie, celle combustibili, nuovi materiali) e concentrati a livello locale, dove i partecipanti sono messi in rete e condividono sinergicamente scienza, servizi e finanza, riproducendo nel campo dell'innovazione tecnologica i vantaggi, della contiguità spaziale e dei rapporti reticolari, già sperimentati con successo nei distretti industriali.
Per quanto riguarda l'assetto organizzativo della ricerca pubblica uno dei problemi principali in discussione è rappresentato dalla necessità di connotare l'approccio alla ricerca non in modo accademico, finalizzato alla pubblicazione scientifica, ma in un modo volto alla fornitura di servizi e al trasferimento tecnologico verso il sistema industriale.
Allo stato il gap tra ciò che la ricerca produce e ciò che va sul mercato e crea ricchezza e benessere è troppo ampio. In Italia sono assenti le cosiddette "imprese di ricerca", è scarsa la domanda di ricerca applicata, è ridotta l'incidenza di spin-off della ricerca, è insufficiente la presenza di incubatori nella ricerca pubblica (università): in sostanza, sono deboli i legami tra la nostra scienza e il nostro mercato ed è inadeguata la capacità di valorizzare le conoscenze a fini economici. E' pertanto essenziale che ricercatori ed imprese operino in un contesto unitario ed in vista dei medesimi obiettivi.
Non si tratta, ovviamente, di piegare le ragioni della scienza alle ragioni dell'economia ma, molto più semplicemente, di mettere in comunicazione due realtà ancora troppo distanti. E non si intende nemmeno ignorare il valore rappresentato dalla libertà della ricerca, e, in particolare, i caratteri della ricerca di base, che deve essere fondamentalmente orientata dagli interessi della collettività e non dalla ricerca del profitto.



2. L'approccio parlamentare e le scelte del Governo

Molto attento è stato l'approccio parlamentare su questi temi, nel quadro di un rapporto dialettico con l'azione del Governo e di discussione con i settori produttivi e di ricerca interessati.
Il Comitato Vast, in particolare, si è fatto parte attiva nel dibattito parlamentare svolgendo la funzione di raccordo tra i soggetti istituzionali e produttivi interessati, organizzando due seminari di grande rilevanza nei quali si sono confrontati le forze parlamentari, il Governo, esponenti degli enti di ricerca e delle università: il primo di questi, svoltosi il 12 dicembre 2002 in accordo con la commissione cultura della Camera, intitolato "Istituzioni, industria e ricerca scientifica: un accordo per il futuro dell'Italia" ha avuto per oggetto lo stato generale della ricerca in Italia e le prospettive di azione di un'azione pubblica di sostegno della ricerca e sinergica rispetto all'iniziativa privata; il secondo, svoltosi il 30 ottobre 2003 ha riguardato il tema "Distretti industriali ed innovazione tecnologica" . Si tratta di due iniziative che hanno consentito di focalizzare temi importanti nel quadro di un esame dialettico improntato a logiche bipartizan e fuori dall'ambito diretto della contrapposizione politica.
Tra i provvedimenti del Governo per dare risposte concerete al settore della ricerca devono essere considerati i decreti legislativi di riordino degli enti di ricerca (Consiglio Nazionale delle ricerche-CNR; l'Agenzia spaziale italiana-ASI e l'Istituto nazionale di astrofisica-Inaf, con accersciomento dell'autonomia organizzativa degli enti, e la cessazione della sottoposizione alla vigilanza da parte del ministero dell'Istruzione), nel maggio del 2003. Altro provvedimento in tema è quello concernente le linee-guida sulla valutazione per la ricerca scientifica italiana da parte del Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca (Civr).
Con la legge 326 del 24 novembre 2003 è stato poi costituito, in forma di Fondazione, l'Istituto italiano di tecnologia, con sede in Genova, al quale sono stati assegnati finanziamenti per 100 milioni di euro annuali fino al 2014. Tale istituto, definito sulla stampa come il Massachussets Institute of Technology italiano, si propone di sviluppare progetti di ricerca fondamentale, idonei a produrre innovazione tecnologica, sostenendo l'intera filiera della ricerca, sia quella di base, sia l'applicazione concreta delle innovazioni nei vari settori dell'economia, sia lo sviluppo di impresa, promuovendo la crescita tecnologica e l'alta formazione del Paese e la competitività del sistema produttivo nazionale. Per i primi due anni la Fondazione è diretta daL Commissario unico Grilli affiancato da un board d'indirizzo e regolazione, composto da 22 membri di chiara fama (fra cui i premi Nobel per la medicina Levi Montalcini, Greengard e Varmus e per la fisica Giacconi). Il 9 ottobre 2004 il Board ha approvato il piano scientifico individuando tre piattaforme sulle quali si orienterà l'attività dell'IIT: le bionanotecnologie, le neuroscienze, l'automazione e la robotica. Contemporaneamente è stata varata una Scuola internazionale di dottorato con corsi imperniati sulle discipline delle tre piattaforme, in collaborazione con le più prestigiose Università italiane, destinata ad ospitare 90 giovani ricercatori e con un budget di 3 milioni di euro.
Un'altra misura adottata è quella dell'articolo 1, comma 1, lettera a) del Decreto-legge n. 269/03- Legge n. 326 del 24 Novembre 2003 per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici (c.d. "Tecno-Tremonti" dal nome del ministro dell'Economia, che prevede due agevolazioni fiscali a carattere temporaneo, in forma di deduzione dal reddito imponibile di impresa, per le attività di ricerca realizzata dalla generalità delle imprese e per alcune strutture consortili create da PMI per realizzare sinergie dirette all'innovazione tecnologica.
Nell'agenda politica dei prossimi mesi molto rilevante è il preannuncio di un provvedimento generale del Governo sulla competitività e l'innovazione. Si tratta di un progetto di legge, che il Governo dovrebbe presentare al Parlamento dopo l'approvazione della legge finanziaria, entro la fine dell'anno, per la competitività e lo sviluppo partendo dalla ricerca di base, dalla agevolazione di una finanza (Venture Capital) destinata al sostegno dei progetti di innovazione e allo sviluppo di nuovi investitori istituzionali, quali i fondi pensione.
Tra le proposte discusse nei convegni (tra i quali, da ultimo, la III giornata della ricerca organizzata dalla Confindustria nel settembre 2004 a Roma) e oggetto di proposte delle organizzazioni imprenditoriali e di anticipazioni sui mass media e che potrebbero essere confluire nell'iniziativa legislativa, vi potrebbero essere: forme di fiscalità agevolata per le Università e di detassazione sui brevetti; l'utilizzazione dello strumento fiscale del credito di imposta (e non solo della deducibilità dal reddito imponibile dalle imposte, idoneo per imprese in perdita, condizione che invece ricorre per imprese che svolgono una intensa attività di ricerca e sviluppo, come ad esempio le imprese biotech, le quali risultano sovente in perdita nei primi anni di attività) per spingere le imprese ad investire in R&S e per rafforzare la collaborazione tra università e imprese (come nel caso dei trasferimenti a titolo gratuito alle università) e l'esclusione dalla base imponibile del personale addetto alla ricerca; le misure di agevolazione per i processi di concentrazione delle PMI diverse da quelle bancarie o assicurative; le misure di semplificazione amministrative per le imprese operanti nei settori della ricerca.



3. Conclusioni

Nel dibattito parlamentare in corso si è concordemente sottolineata la necessità di intensificare i rapporti tra mondo produttivo e centri di ricerca, utilizzando in maniera diffusa i laboratori di ricerca delle università per sostenere i processi di innovazione delle aziende.
È fondamentale che le università si aprano alla realtà imprenditoriale, ponendosi come obiettivo l'incontro con la domanda di sostegno ed innovazione che promana dalla imprese e dando forma ad esigenze di aggiornamento del modo di fare impresa che a volte da sole stentano ad emergere. Si tratta di investire su di una università basata più sulla qualità che sulla quantità ed in grado di realizzare una effettiva selezione delle risorse umane fondata esclusivamente sulle capacità ed i meriti dei singoli ricercatori. Inoltre, piuttosto che un'indiscriminata proliferazione delle sedi universitarie, occorrerebbe favorire la costituzione di centri di eccellenza in grado di fare massa critica e di alimentare lo sviluppo delle imprese.
In questo senso, le recenti proposte avanzate dalla Confindustria e dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane (CRUI) sembra che vadano proprio al cuore del problema, individuando un nuovo modello di governance, programmazione e finanziamento delle Università atto ad innescare un circolo virtuoso tra imprese e università, ottimizzando l'efficienza nell'al locazione delle risorse umane e finanziarie e valorizzando al contempo le competenze distintive di ciascun Ateneo.
Valorizzare le risorse pubbliche investite nella ricerca vuoi dire anche creare le condizioni per un loro complessivo incremento. Non è un caso, infatti, che il piano d'azione elaborato dalla Commissione europea per portare gli investimenti in R&S al 3% del PIL, consideri il miglioramento dell'efficacia del sostegno pubblico alla ricerca come un fattore per aumentare al contempo gli investimenti degli operatori privati, che in Italia sono particolarmente bassi anche rispetto alla media europea.
A fianco ad una rimodulazione dei meccanismo agevolativi recentemente introdotti dal Parlamento, sarebbe pertanto opportuno introdurre ulteriori misure fiscali per il rilancio degli investimenti in R&S, volti ad agevolare il reperimento di capitali di rischio e a favorire la collaborazione tra il mondo delle università e quello delle imprese.
Per favorire l'accesso ai capitali di rischio, potrebbe risultare utile la previsione di un regime differenziato di favore fiscale per i frutti e i proventi dei risparmio affidato in gestione a fondi comuni di investimento il cui regolamento di gestione preveda che la maggioranza dei proprio attivo debba essere investito in titoli (azioni o obbligazioni) di piccole e medie imprese innovative ad alta intensità tecnologica (individuabili, ad esempio, fissando un rapporto minimo tra spese in R&S e valore aggiunto prodotto), le quali utilizzerebbero questi fondi per finanziare ulteriori attività di R&S. Si tratterebbe, in sostanza, di prevedere una imposta sostitutiva sui redditi di capitale ridotta rispetto a quella ordinaria dei 12, 5 per cento, volta a favorire l'accesso dei capitale privato nelle PMI ad alta intensità tecnologica e ad alto rischio.
Per una maggiore interazione tra università e impresa, andrebbero infine previsti nuovi vantaggi fiscali, anche in forma di credito di imposta - come suggerito dalla Confindustria e CRUI - in favore delle aziende che commissionino progetti di ricerca ad università ed enti di ricerca pubblici.



Per ulteriori informazioni:
Segreteria del Comitato per la valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche
Tel. 06/67604562 e Fax 06/67604359