Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Ringrazio il presidente Tabacci e il Comitato Vast per aver dato vita alla riflessione odierna. Desidero innanzitutto esprimere un vivo apprezzamento per la qualità degli interventi degli autorevoli relatori, che hanno consentito di mettere a fuoco le principali complesse problematiche relative alle prospettive dell'energia nucleare in Italia.
Per affrontare questo tema occorre avere ben chiaro lo scenario che realisticamente si prospetta per i prossimi decenni relativamente alle fonti di energia utilizzabili per la produzione di energia elettrica.
Al riguardo non c'è dubbio che l'energia nucleare vada considerata una risorsa formidabile per l'umanità. Per il suo sfruttamento sono ormai disponibili alcune tecnologie (prima di tutto quella dei reattori ad acqua pressurizzata, ma anche quella dei reattori ad acqua bollente), che hanno raggiunto livelli di sicurezza e affidabilità pienamente accettabili e vanno considerate assolutamente mature. Siamo peraltro solo nella fase iniziale dell'utilizzazione dell'energia nucleare: la messa a punto di tecnologie per reattori veloci di potenza e per il trattamento dei combustibili irraggiati (onde recuperare e riciclare il plutonio prodotto) consentirà la fissione anche dell'uranio 238 (moltiplicando di quasi cento volte i valori raggiunti oggi per l'energia estratta dall'uranio esistente in natura!) e consentirà altresì l'utilizzazione come combustibile del torio, un elemento tre volte più diffuso dell'uranio sulla superficie del nostro pianeta. Prototipi di reattori nucleari di potenza basati su queste tecnologie sono allo studio da molti anni. Ultimamente l'India ha dato un forte impulso a queste linee di sviluppo tecnologico (in particolare relativamente al torio, di cui l'India è ricca) e ha anche iniziato la costruzione di un reattore nucleare di potenza per la produzione diretta di idrogeno.
Domandiamoci ora quali altre fonti energetiche in alternativa all'energia nucleare e ai combustibili fossili saranno prevedibilmente a disposizione dell'umanità nei prossimi decenni per la produzione di energia elettrica, una commodity fondamentale per la nostra società.
Poc'anzi il professor Ricci ha definito wishful thinking la tecnologia della produzione di energia elettrica basata sulla fusione nucleare. Personalmente sono ancora più negativo: allo stato attuale delle conoscenze non sappiamo affatto se e fra quanti decenni questa tecnologia sarà disponibile; non vi possiamo perciò fare alcun conto. Per quanto riguarda le energie rinnovabili come il solare termico e il fotovoltaico, i cospicui investimenti in ricerca e sviluppo fatti nel recente passato, pur conseguendo notevoli miglioramenti, non sono riusciti a diminuire più di tanto i costi, che permangono elevati e poco suscettibili di ulteriori diminuzioni. Anche l'energia eolica presenta rilevanti limiti di applicazione, sia per i costi, sia per la sempre minore accettazione sociale, sia per i ridotti ambiti geografici di convenienza.
L'energia nucleare costituisce quindi nei prossimi decenni l'unica reale importante alternativa al carbone e ai combustibili fossili. Con due grandi pregi: richiede pochissimo territorio e non inquina l'atmosfera con gas serra.
Concordo pienamente su quanto è stato detto sul trattato di Kyoto. Mi ha fatto molto piacere che in un ambiente autorevole come questo si esprimano in proposito posizioni così nette. Al riguardo desidero qui segnalare quanto sostiene un grande climatologo, il professor Lindzen del MIT, (che tra l'altro è stato chiamato ad illustrare le sue tesi qualche mese fa presso il Parlamento inglese), secondo il quale allo stato delle nostre conoscenze non risulta scientificamente dimostrato che vi sia una relazione causale tra il progressivo e continuo aumento della concentrazione di CO2 nell'atmosfera, osservato in questi ultimi duecento anni e il riscaldamento del pianeta, osservato in particolare in questi ultimi decenni.
Vorrei rispondere ad un'osservazione che viene dall'auditorio circa l'eventuale rapporto causale tra il riscaldamento del pianeta e gli eventi ciclonici del tipo di quelli verificatisi a New Orleans. La formazione dei cicloni è legata alla temperatura superficiale dell'acqua nell'Atlantico settentrionale alle latitudini di 10-20 gradi. Ovviamente questa temperatura aumenta con il riscaldamento dell'atmosfera terrestre e di conseguenza aumenta anche l'evaporazione di acqua dall'oceano. Ad avviso del prof. Lindzen - e le sue argomentazioni mi paiono convincenti - tali indubbi aumenti non è detto affatto che siano dovuti all'aumento della CO2. Il meccanismo base che porta alla formazione dei cicloni è ben noto. Alle basse latitudini dell'Atlantico settentrionale una eventuale bassa pressione richiama da un lato enormi volumi di aria calda ad alta umidità da Sud (che spostandosi verso latitudini crescenti tendono a muoversi anche verso Est perché dotate di maggior velocità di rotazione per effetto del moto rotatorio della Terra) e dall'altro enormi volumi di aria fredda da Nord (che spostandosi verso latitudini decrescenti tendono a rimanere indietro rispetto al moto rotatorio della Terra, cioè a muoversi anche verso Ovest). Si genera così una vorticosa circolazione in senso ciclonico (antiorario), con venti fortissimi e con piogge violentissime (determinate dallo scontro delle correnti calde e umide con le correnti fredde), elementi entrambi distruttivi sulle coste eventualmente investite dal ciclone. La bassa pressione che ha generato il ciclone, tende ad automantenersi sia per effetto centrifugo, sia per effetto della condensazione di enormi quantità d'acqua.
Torniamo all'energia nucleare. Come abbiamo visto, questa fonte energetica primaria è di straordinaria importanza. Purtroppo l'Italia vi ha rinunciato, unico tra i Paesi avanzati, a seguito del referendum antinucleare del novembre 1987.
Al riguardo, cosa è possibile fare oggi nel nostro Paese? Gli interventi hanno ben evidenziato le grandi difficoltà che sussistono per una reintroduzione del nucleare.
E' opportuno innanzitutto precisare che quando consideriamo le prospettive dell'energia nucleare per l'Italia, pensiamo all'installazione non certo di una sola centrale - sarebbe assurdo - ma di un minimo di 10 mila megawatt elettrici, (ottenuti, ad esempio, con una rete di 10 centrali da mille megawatt l'una). Stiamo perciò considerando un imponente investimento infrastrutturale del nostro Paese da portare a conclusione nell'arco di decenni.
È assolutamente impensabile che un investimento di tale gigantesca portata possa essere effettuato in piena autonomia decisionale e responsabilità realizzativa da singoli operatori di mercato, sia pure di gran peso. Non è un caso che in Finlandia la decisione finale favorevole all'installazione di una centrale nucleare da 1600 megawatt sia stata presa dal Parlamento, come ci ha ricordato pochi minuti fa l'ingegner Clerici. In effetti, la decisione circa l'installazione di una centrale nucleare è di tale impatto sulla società da non poter essere lasciata all'operatore di mercato e alle sue analisi dei costi, ma da dover essere considerata di competenza del massimo livello politico. Ciò è stato vero in tutti i Paesi che hanno adottato il nucleare (con l'eccezione degli Stati Uniti, dove probabilmente il motivo del relativamente modesto sviluppo del nucleare è stato il suo eccessivo affidamento al mercato). Nel Paese che maggiormente ha puntato sull'energia nucleare, la Francia, la decisione di passare massicciamente al nucleare venne assunta nel 1973 dopo il primo choc petrolifero dal Governo presieduto da Giscard D'Estaing. L'implementazione della decisione fu curata magistralmente dall'EdF (che rispettò puntualmente l'impegnativo programma di investimenti nucleari convenuto, riuscendo per anni e anni ad avviare ogni anno la realizzazione di quattro nuove centrali da mille megawatt).
Decisioni di questo calibro, che investono in pieno la società in tanti suoi aspetti e interessi e che richiedono perciò un'ampia condivisione da parte dell'opinione pubblica (condivisione di cui l'ingegnere Vacca ha ribadito così bene, poco fa, l'assoluta necessità), non possono essere lasciate al mercato, ma sono da assumere, lo ripeto, al più alto livello politico. Affermare che scelte di questo tipo siano da lasciare al mercato, rappresenta un modo pilatesco per non far nulla. L'evidente market failure è dovuta, oltre che alle dimensioni finanziarie e industriali del nucleare, al fatto che vari suoi importanti benefici, quali la non immissione nell'atmosfera di gas serra, la cospicua creazione di posti di lavoro e la molto minore dipendenza energetica dall'estero, sono apprezzati soprattutto a livello politico.
Ma il potere politico, per poter davvero assumere decisioni di tale rilievo, deve essere sufficientemente forte. Un forte potere politico centrale è sempre stato associato alla decisione sul nucleare, come mostra l'esperienza di tutti i Paesi in cui il nucleare si è sviluppato (salvo gli Stati Uniti, come abbiamo detto). In Francia è stata la tradizione colbertista (con le sue caratteristiche del nazionalismo e di un potere politico altamente centralizzato) a consentire di assumere sul nucleare imponenti decisioni e a far sì che tali decisioni venissero effettivamente implementate su un lungo arco di anni, senza che l'alternanza dei governi perturbasse il programma di azioni a suo tempo concordato.
Nel nostro Paese non ci stiamo muovendo in questa direzione. Proprio oggi alla Camera abbiamo appena approvato un disegno di legge costituzionale, che confermando e rafforzando le competenze e i poteri a livello regionale, finisce per indebolire ulteriormente il potere centrale.
Un'ultima considerazione. Una delle condizioni necessarie per portare a buon fine investimenti così giganteschi, è quella di avere una ragionevole coesione nazionale nei comportamenti dei vari soggetti istituzionali che hanno competenza nel rilascio di permessi relativi alla costruzione e all'esercizio di centrali nucleari e che hanno titolo per intervenire nel caso di controversie. Purtroppo nel nostro Paese non possiamo attenderci tale ragionevole coerenza. Basti pensare al caso ricordato poco fa dal presidente dell'Enel dott. Fulvio Conti, relativo ad una centrale termoelettrica di Civitavecchia. E' bastato il cambiamento di una amministrazione comunale per sovvertire una decisione già assunta relativa alla localizzazione di un impianto di produzione tradizionale. Nella sostanza il nostro sistema di potere è ormai troppo frammentato e non tutte le istituzioni che hanno competenza di intervento hanno adeguata sensibilità su cosa significhi il blocco di investimenti di enormi entità.
In altri termini, l'opportunità dell'energia nucleare, che gli altri Paesi stanno da tempo felicemente cogliendo, non può essere sviluppata in Italia anche a causa dell'eccessiva riduzione del potere centrale nel nostro sistema politico. La frammentazione del potere è ormai tale da rendere impossibile l'assunzione di scelte così significative.
Concordo pertanto con la drastica e provocatoria conclusione del Presidente Conti: inutile parlare del nucleare se la scelta deve essere fatta a livello aziendale.
A fronte di questa situazione condivido pienamente la posizione espressa nel suo intervento dall'ingegner Bolognini, che ha voluto spronarci a scelte coraggiose: in fin dei conti, il futuro è davanti a noi e ci appartiene, il nucleare rappresenta per il nostro Paese una grande opportunità, ad esso non vi sono alternative valide. E non dimentichiamo che l'impatto di un eventuale passaggio al nucleare sulla struttura industriale del nostro Paese sarebbe estremamente positivo, con notevolissimi effetti di upgrading della qualità non solo delle produzioni nucleari, ma di tutte le produzioni.
La tecnologia matura di cui stiamo parlando è infatti relativamente semplice, ma i componenti dell'impianto nucleare devono essere prodotti con livelli di qualità di assoluta eccellenza. L'adozione prescritta per le realizzazioni nucleari delle regole della quality assurance non mancherebbe di avere con il tempo effetti profondi sull'elevazione della qualità di tutta la nostra produzione industriale, migliorandone certamente la competitività. Con la rinuncia al nucleare perdiamo anche questa opportunità.