Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Come sappiamo l'Italia dipende per la produzione della propria energia dal petrolio per il 50 per cento a fronte di una media mondiale del 40 per cento.
Fra qualche decennio le proiezioni prevedono che questo dato scenda al 42 per cento, attestandosi allo stesso livello del gas, la cui quota percentuale sta salendo, mentre l'8 per cento della produzione avverrà per mezzo del carbone e un altro 8 per cento attraverso altre fonti (nel nostro paese, prevalentemente idroelettrico e geotermico). Il dato relativo al petrolio, in considerazione del fato che i consumi stanno crescendo, comporta un fabbisogno di 90 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.
Per questo condivido quanto affermato dal professor Bolognini in merito alla necessità di intervenire con urgenza. Si può addirittura trattare di ore. Sappiamo infatti che la situazione internazionale non è propriamente tranquilla e, in caso di tagli nell'approvvigionamento di petrolio, ci troveremmo davvero in guai seri.
La situazione è critica, e non si tratta di semplici sensazioni.
Il nodo di fondo della questione è di tipo culturale.
In Italia il nucleare non si può fare come non si possono fare tante altre cose. Non si può fare quasi niente perché la gente non capisce neppure quali siano i problemi che ha di fronte. Quando si parla di nucleare si pensa ad una tecnologia di 20 o 30 anni fa e il fatto che siano stati fatti enormi passi avanti non sfiora neppure l'opinione pubblica. Di queste cose, semplicemente, non si parla.
Si è parlato del referendum del 1987.
In base ai suoi esiti oggi il Parlamento potrebbe decidere di costruire una centrale nucleare nel comune di Roma senza dover pagare alcun risarcimento. Se fosse effettuato un sondaggio fra persone cosiddette colte, nessuno saprebbe rispondere in merito al contenuto dei quesiti referendari. Tutti pensano che si sia votato per esprimere la propria posizione a favore o contro il nucleare, ma è falso e questa non è la sola falsità che ci stiamo portando dietro.
Il professor Ricci ha parlato dei reattori a sicurezza intrinseca. È importante parlarne perché in quello nucleare come in tanti altri campi (basti citare il tema dell'elettrosmog o quello degli organismi geneticamente modificati) la gente esprime paure basate sul nulla.
Quella che occorre, dunque, è innanzitutto un'opera di profondo rinnovamento culturale.
In Finlandia il reattore la cui costruzione è stata avviata un mese fa è il quinto in quel Paese, per una popolazione pari ad un totale di poco più di 5 milioni di abitanti. Ciò significa che se in Italia avessimo fatto altrettanto, staremmo per impiantare il nostro 57° reattore.
Ciò è legato a quella che chiamo la ricetta finlandese. In Finlandia, a seguito del crollo dell'Unione sovietica, il blocco di metà delle esportazioni ha prodotto dal 1990 al 2000 una crescita del prodotto interno lordo di una media del 5 per cento l'anno. In Italia il Pil era allora all'1,27 per cento, ora è pari a zero, mentre la Finlandia ora ha un Pil del 2,1 per cento. Questo è potuto avvenire perché negli anni ottanta in Finlandia sono stati fondati 32 politecnici, integrati fra loro e con il sistema pubblico e industriale.
In Italia l'industria non ha mai dato vita ad alcun politecnico, mentre il Massachusetts institute of technology esiste da un secolo e mezzo.
Per fare la battuta paradossale di cui parlava il professor Ricci, dirò che la situazione in Italia è grave non soltanto perché non si fa il nucleare e non se ne parla. Dovremmo in realtà dichiarare guerra alla Finlandia. Così la perdiamo e un governatore finlandese può iniziare a fare le cose seriamente!
Ciò detto, non esiste naturalmente una soluzione rapida.
Bisogna ripartire da zero e cercare di creare un'opinione pubblica informata che sappia di cosa si sta parlando.
Va detto, senza dubbio, che su questo versante l'industria italiana è nettamente latitante.
Nel nostro Paese abbiamo i politecnici di Milano, Torino, Salerno e così via ma le grandi imprese non si sono mai occupate di questo aspetto della questione.
Sarebbe invece necessario riuscire a comunicare in termini semplici la realtà delle cose. Se pensiamo che abbiamo ministeri che continuano ad ignorare il sistema internazionale e scrivono "mld" per indicare miliardi e "mil" per indicare milioni, dobbiamo renderci conto che quando questo genere di errori interessano l'energia e ci troviamo di fronte al fatto che nessuno ha idea di quale sia la differenza tra un chilowatt e un chilowattora e che se si parla di rischi in termini di leggende metropolitane, la situazione diventa ben più grave.
La situazione è insostenibile, e purtroppo non soltanto per quanto riguarda l'energia.
Secondo i dati dell'European Innovation Scoreboard, che prendono in considerazione i livelli e la velocità di crescita dell'innovazione, Finlandia e paesi nordici si trovano molto in alto nel grafico, seguiti, un po' più in basso, da Francia, Germania e Gran Bretagna; molto più in basso, con scarsa innovazione ma crescita molto rapida i collocano Ungheria, Portogallo, Grecia e Spagna e solo nel punto corrispondente ad innovazione e crescita al di sotto della metà della media si trova stabilmente l'Italia.
Nel 2003 il nostro Paese era insieme alla Bulgaria, che però ha poi cominciato a crescere; accanto all'Italia ritroviamo ora Austria e Repubblica Ceca, ma questo non è certo un dato confortante. Questo diagramma, come mi è capitato di scrivere su qualche giornale, andrebbe scolpito a lettere di fuoco nella mente di tutti i nostri uomini politici e industriali.
Fra le 150 industrie che investano maggiormente in ricerca e sviluppo ritroviamo solo 3 imprese italiane: Fiat, Ifi e Finmeccanica, dal momento che St-Microelectronics è franco-italiana ma, avendo sede in Olanda, figura nella lista come olandese. Qualche volta penso che ci vorrebbe in Italia per dittatore Pasquale Pistorio, dal momento che St-Microelectronics - Finmeccanica poco meno - investe in ricerca e sviluppo il 16 per cento del fatturato.
Quanto al protocollo di Kyoto - per essere ancora più deciso del professor Ricci - dirò che si tratta di una stupidaggine dove con pochi dati si scambiano le cause con gli effetti e si afferma che occorre fare attenzione perché le attività umane stanno scaldando il pianeta. Fatto che, peraltro, come dimostrano tanti dati, non è neppure vero.
Fino a qualche anno fa gli investimenti in ricerca e sviluppo del nostro Paese erano al di sotto dell'1 per cento del Pil e negli ultimi anni il dato è calato ulteriormente: un fatto inammissibile.
Anche in questo caso, però, se è giusto fustigare i governi che investono poco in ricerca e sviluppo dobbiamo constatare che l'industria fa anche peggio.
Si tratta di verità forse dure ma che vanno dette senza paura affinché si possa dar vita ad un drastico cambiamento di rotta.