Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Nel ringraziare il presidente Tabacci per l'iniziativa odierna ricordo che è di pochi mesi fa un convegno organizzato dall'Associazione che rappresento e da Galileo 2001 sull'energia nucleare.
Desidero avviare il mio intervento citando un verso di Eugenio Montale che recita: "Sono tornato dalla luna o quasi".
Sono tra quelli che per 15 anni sono stati sulla luna a predicare che non solo l'Italia, abbandonando il nucleare, aveva commesso un solenne errore, ma che forse qualcosa si sarebbe potuto rimettere in moto per evitare di arrivare a pensare che ormai è troppo tardi. Non credo che un simile approccio sia coerente né con considerazioni di tipo scientifico né con le reali opportunità politiche. Dovrebbe forse terminare il tempo delle diagnosi e delle analisi per cominciare a parlare di terapia, di quello che si può effettivamente fare e concordo, a tale proposito, con gli spunti forniti dal professor Pistella.
Dal momento che si è parlato di costi, ritengo opportuna qualche precisazione.
Innanzitutto, vorrei osservare che dati recentemente stimati dall'International energy agency, realistici dal momento che illustrano anche i minimi e massimi possibili, rilevano l'incidenza sui costi, anche d'impianto, del combustibile. Il combustibile nucleare, a differenza di quelli fossili, non presenta l'alea dei costi, legata all'incidenza del prezzo del petrolio, che incide anche su quello del gas.
Va poi rilevato che l'Italia, che ha sottoscritto il protocollo di Kyoto e intende rispettarlo, si trova ormai circa 18 punti al di sotto di tali obiettivi, accanto alla Francia. Un dato che non necessita di commenti.
Come si è ascoltato oggi, il protocollo di Kyoto non piace più molto; personalmente ritengo che abbia rappresentato addirittura una sorta di trappola.
Non ho problemi di appartenenza politica tali da impedirmi di affermare quello che penso e dico quindi chiaramente che se riteniamo che il protocollo di Kyoto, nel prevedere la correzione delle emissioni di CO2 nel secolo in corso dell'1 per cento (quindi, di fatto, nel rinviare al 2101 i risultati che potremmo avere nel 2100) non solo non sia sufficiente, ma sia addirittura insignificante, occorrerebbe il coraggio, anche a livello politico-istituzionale, di denunciarlo. Se non altro per non perseverare nell'errore e nella penalizzazione che ci siamo imposti.
Se tuttavia dobbiamo rispettare gli obiettivi del protocollo, la soluzione è quella di andare nella direzione dell'utilizzo di energie che possano sostituire i combustibili fossili. Si può anche pensare - concordo in proposito con Conti e Bolognini - che sotto il profilo della competizione economica anche il carbone pulito rappresenta un'opportunità, ma in considerazione della nostra appartenenza ad un sistema globale che vede l'emergere di paesi quali Cina e India, a lungo andare il problema del carbone assumerà altro rilievo anche dal punto di vista dei fattori inquinanti.
Nessuno, neppure noi, tacciati come "giapponesi" perché rimasti pervicacemente e per anni a guardia della casamatta nucleare senza alcuna possibilità di incidere, abbiamo mai affermato che l'energia nucleare rappresenta una panacea e sappiamo bene che non è possibile, improvvisamente, diventare "finlandesi". Lascerò tuttavia a Roberto Vacca la battuta che sicuramente ha in serbo sulla questione.
La nostra convinzione è che dal punto di vista del paese occorre tenere conto almeno di tre fattori. È onesto e doveroso parlare di due possibili atout da un punto di vista sia dell'evoluzione globale planetaria sia tecnico-scientifico: la fusione nucleare e l'idrogeno.
La fusione nucleare è un obiettivo di carattere tecnico-scientifico che l'umanità non si può permettere di trascurare.
È giusto e corretto muoversi in quella direzione ma anche procedere per passi realistici e con gradualità senza precludersi altre scelte in ragione di investimenti troppo onerosi i cui risultati (anche secondo la scala temporale di riferimento degli esperti) sarebbero conseguibili solo fra 50-60 anni.
Vale forse la pena di avviare l'iter e di mantenere competenze nel settore, ma non c'è dubbio che il primo prototipo di reazione a fusione, se fattibile, non sarà possibile prima del 2040 e la fusione nucleare controllata e le sue applicazioni sono tuttora un'ipotesi scientifica e non una certezza.
Ciò non impedisce che a livello internazionale ci si muova in quella direzione ma occorre farlo con realismo e tenendo ben presente che si tratta di una prospettiva a lunghissimo termine.
Quanto all'idrogeno, è stato già detto chiaramente che non esiste in natura e quindi deve essere prodotto artificialmente. Per farlo esistono diverse possibilità: per via termica dal metano, per via elettrolitica dall'acqua e per via radiolitica dall'acqua. In tutti i casi è necessario un apporto di energia esterno e nei primi due casi il bilancio economico-energetico complessivo è negativo, e ciò comporta che, di fatto, si spende più energia di quella che si ottiene.
Quando si parla di questioni energetiche, ritengo non si debba ricorrere a palliativi ma considerare le economie di scala. In questi termini la produzione dell'idrogeno non può avvenire che attraverso i reattori nucleari ad alta potenza, che operino la scissione, per esempio dell'acqua, per via termica.
I reattori di "Generation IV" prevedono, in alcuni casi, questa possibilità. Va però tenuto presente che in Generation IV esistono anche reattori a neutroni veloci, raffreddati a gas e non è quindi escluso che tra le prospettive dell'energia nucleare non rientrino anche i reattori autofertilizzanti, i quali garantirebbero all'umanità combustibili a lunghissima vita, in grado di fare fronte anche ad un'eventuale carenza dell'uranio.
Una credenza da smentire è senza dubbio quella che porta ad affermare che dopo il disastro di Chernobyl la produzione di energia elettrica per via nucleare si è fermata.
Non solo questo non è accaduto, ma non è neppure vero quanto ho ascoltato pochi giorni fa nel corso della trasmissione Porta a Porta da parte di un autorevole personaggio politico, candidato alla guida del Governo. Alcune affermazioni fatte in quella sede sull'energia nucleare mi hanno lasciato sorpreso, anche perché ritengo che le informazioni ricevute dalla Commissione europea ad opera di scienziati nucleari sul tema siano state ben diverse, come ha testimoniato in diverse occasioni l'allora Commissaria per l'energia De Palacio, la quale ha avuto modo di affermare in diverse occasioni che noi italiani non vogliamo il nucleare ma lo utilizziamo attraverso Francia, Svizzera e Slovenia.
Un indice del fatto che l'ipotizzato allontanamento dal nucleare non è realmente avvenuto è dato inoltre dalla constatazione che l'utilizzo di energia elettronucleare in Europa è rimasto dell'ordine del 35 per cento. Tale dato, inoltre, dovrebbe rimanere attestato attorno al 30 per cento anche con l'Europa a 25, dal momento che la maggior parte dei paesi che si accingono ad entrare nell'Unione utilizzano energia elettronucleare.
Soprattutto grazie all'Enel, che si è mossa al di là degli esiti del referendum del 1987, che sembravano tendere ad impedire la partecipazione a programmi esteri relativi al nucleare, ora sappiamo con certezza che da un punto di vista legale non esiste alcun impedimento alla scelta nucleare sulla base dei risultati referendari.
Ciò significa che, volendolo, l'opzione nucleare può essere ripresa in considerazione.
Nell'incontro odierno ci troviamo a discutere delle prospettive dell'energia nucleare, delle scelte che riteniamo possibili per il paese.
La posizione dell'Associazione italiana nucleare è che in Italia le competenze nel nostro paese esistono ancora, in Enea, Cnr, Enel, Sogin e nelle università, malgrado il referendum e quanto avvenuto da 15 anni a questa parte.
Quello che occorre è chiamare a raccolta le competenze, e quindi avviare il processo in sede istituzionale per formare gruppi di lavoro che si applichino nello studio delle prospettive di una ripresa dell'opzione nucleare in Italia senza pensare né a salti impossibili, né che sia troppo tardi. Esistono ancora in Italia gruppi che hanno continuato a lavorare sul nucleare, come dimostrano due esempi di progetti di reattori (il MARS dell'Università di Roma e l'IRIS del Politecnico di Milano in collaborazione con altri paesi) che, anche se non possono risolvere il problema degli approvvigionamenti energetici per il futuro, testimoniano la competitività progettuale del nostro paese.
L'associazione che presiedo mette a disposizione le proprie competenze (come l'onorevole Possa sa bene non cerchiamo posti né presenze: ci limitiamo ad offrire la nostra collaborazione) per lavorare affinché le istituzioni possano acquisire la garanzia di disporre delle conoscenze tecniche e scientifiche necessarie a potere assumere decisioni politiche avvedute. Sappiamo infatti che il primato delle decisioni spetta alla politica, ma quello della conoscenza spetta alle competenze scientifiche.