Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Ringrazio il Presidente Tabacci dell'invito a partecipare a questo seminario, che rappresenta in pratica il mio ultimo adempimento come amministratore delegato della SOGIN, visto che lascerò la carica allo scadere della settimana.
Non ritornerò nel corso del mio intervento su temi che sono già stati ampiamente e approfonditamente esposti nel corso del dibattito. Mi limiterò pertanto a formulare alcuni spunti di riflessione e a farvi partecipi di una sensazione personale.
Iniziando da quest'ultima, mi sembra infatti di poter cogliere dalle parole di quanti mi hanno preceduto, pur assai vicini culturalmente alla necessità di uno sviluppo delle tecnologie nucleari, una sorta di atteggiamento rinunciatario, che nasce dalla constatazione che in Italia il nucleare non si potrebbe fare per una serie di motivi: perché non abbiamo un deposito per le scorie; perché è una produzione capital intensive; perché le risorse e le competenze umane si sono via via perdute, ecc.
Ammesso che la mia sia una percezione corretta di quanto è stato espresso, vorrei contestare tale visione che ritengo rinunciataria.
L'Italia è un paese industriale, a tecnologia avanzata e senza nulla da invidiare ai suoi vicini europei. Non riesco a capire perché se in Europa mediamente il 35 per cento dell'energia elettrica è prodotta con il nucleare, in Italia questo non si possa fare e si rinunci.
Si parla di reattori "Generation IV" e di "Iter", quindi di soluzioni di lungo periodo, senza considerare che il problema riguarda il domani e non quello che potrà realizzarsi fra 50 o 60 anni. Un paese che voglia restare tra i competitor industrializzati europei e mondiali dovrebbe a mio avviso affrontare la questione in modo più positivo ed aggressivo.
Tra gli spunti emersi dal dibattito vi è il tema della competitività del sistema Italia.
In pochissimi anni siamo scivolati dal 27° al 47° posto, accanto ad alcuni Paesi africani, in termini di competitività. Volendo schematizzare la questione si può affermare che la competitività di un sistema è determinata da pochi fattori: il costo della manodopera, il costo delle materie prime, l'impegno in ricerca e sviluppo, l'innovazione tecnologica e il costo dell'energia.
Nel 1987, con il famoso e tanto vituperato referendum, l'Italia ha deciso di salire sul ring della competizione internazionale con una mano legata dietro la schiena. Abbiamo rinunciato ad una fonte energetica, quella nucleare, che assieme al carbone rappresenta il mix sul quale hanno puntato, con lungimiranza, gli altri paesi. Perché, senza scontrarsi con le posizioni di Verdi, ecologisti e opinione pubblica, si dovrebbe rinunciare a priori a carbone pulito e nucleare sicuro, dal momento che sono oggi disponibili?
Si è anche detto che sarebbe difficile realizzare il nucleare in Italia perché è capital intensive e non ci sono oggi promotori finanziari e industriali capaci di affrontare un impegno che produrrebbe ritorni finanziari nell'arco di 10 anni.
Ritengo che questo non sia vero e porto un esempio concreto. La Finlandia è stata capace di trovare soluzioni imprenditoriali innovative e mai sperimentate prima che hanno portato al successo dell'iniziativa. L'investimento per la realizzazione dell'European pressurized reactor, con 1600 megawatt di potenza, la cui costruzione è già iniziata, è stato fatto da un consorzio di banche, enti locali e futuri utilizzatori industriali in cambio della certezza di una fornitura di energia elettrica garantita nel tempo e nei costi con vantaggi sia per il fornitore, sia per l'utilizzatore.
La certezza di vendere a costi predeterminati consente a chi investe di fare i propri conti in maniera precisa. D'altro canto, avere la certezza di poter acquistare per lungo tempo energia elettrica a costi predefiniti permette di fare piani industriali e di partecipare con maggiore possibilità alla competizione internazionale.
Quello che intendo dire è che a volte mi pare che sia sufficiente impiegare un po' di fantasia per trovare soluzioni innovative anche in un campo in cui sembrerebbe impossibile intervenire senza investimenti da parte dello Stato o di grandi enti come Enel.
Un altro motivo per cui il nucleare in Italia non sarebbe attuabile è la mancanza di un deposito per le scorie.
Mi chiedo perché dobbiamo rinunciare all'idea di risolvere il problema della chiusura del ciclo del combustibile nucleare in modo così passivo e remissivo.
È vero che in tempi brevi la soluzione più allettante e accessibile sembra essere quella di rivolgersi ad un deposito regionale, vale a dire portare le poche scorie che si produrrebbero all'estero, ma questo è accettabile solo a fronte di una rinuncia ad un vero e proprio programma nucleare in Italia.
Se invece, come auspico, in Italia non si affermasse un atteggiamento rinunciatario e si volesse seriamente riproporre il nucleare come fonte energetica disponibile, non fra 20 o 50 anni, ma da domani, allora la soluzione nazionale della chiusura del ciclo del combustibile appare necessaria.
A fronte di un nostro programma nucleare, non potremmo infatti pensare di chiedere ad un paese vicino di farsi carico delle nostre produzioni di scorie, combustibile irraggiato e rifiuti di seconda o terza categoria.
In tema di risorse e competenze umane, contesto che in Italia queste siano andate disperse.
Le risorse in realtà ci sono. Teoricamente, dovrebbero essere distribuite nei settori della ricerca, delle autorità di controllo e in quello operativo della realizzazione e gestione di impianti nucleari.
Attualmente, invece, la ricerca dovrebbe essere rivitalizzata e rifinanziata attraverso una serie di provvedimenti in grado di produrre risultati nel breve e medio termine.
L'autorità di controllo, l'Apat, è drammaticamente sottodimensionata, in misura non compatibile con la ripresa del nucleare in Italia. La situazione è invece meno preoccupante nel comparto operativo: abbiamo la Sogin, che registra una concentrazione di tecnici e ingegneri nucleari, anche giovani, in grado di garantire il ricambio generazionale, l'Ansaldo nucleare, l'Ansaldo Camozzi, la Srs, la Techint, e sicuramente ne dimentico di importanti.
In tutte queste realtà, in modo forse disaggregato e non organizzato, esistono competenze in grado di fare fronte alle immediate esigenze del settore. Anche perché non dovremmo inventare nulla.
L'Italia non dovrebbe infatti progettare il proprio reattore nucleare: il reattore già esiste. Riporto anche in questo caso l'esempio della Finlandia dove, dopo una serie di studi, analisi, valutazioni e gare a livello mondiale, è stato scelto il reattore più affidabile, economico e disponibile, l'EPR da 1600 MW.
Quanto ai tempi di costruzione, variano fra i 4 e i 5 anni.
È quindi un altro mito da sfatare quello secondo il quale per avviare un impianto nucleare occorrerebbero 10 anni.
In Italia abbiamo la reminiscenza un po' negativa di Montalto di Castro, impianto che per una serie di motivi si è trascinato per circa un decennio senza approdare a nulla.
Ma il nucleare è quello che stanno realizzando oggi in Finlandia e che in 4-5 anni consente di avviare un impianto, con l'intervento di costruttori che, certo, nel caso del nostro paese, in una prima fase potrebbero essere solo stranieri.
Questa, del resto, è un'esperienza che l'Italia ha già vissuto negli anni sessanta, quando sono stati realizzati i primi 3 impianti nucleari importando le capacità che non avevamo ancora acquisito. Un simile percorso potrebbe portare il nostro Paese a tornare in tempi non remoti al nucleare.
Un'ultima notazione riguarda la competizione con Paesi emergenti come Cina e India, di cui tutti i media parlano, sottolineando, a mio avviso, un profilo sbagliato.
La competizione, infatti, non riguarda magliette o scarpe prodotte a costi inferiori. Il vero problema è che la Cina sta avviando progetti nello spazio e 20 centrali nucleari. Basti pensare, senza bisogno di commentare il dato, che dei 25 impianti attualmente in costruzione nel mondo, 21 sono in Asia. Il rischio, a mio giudizio inaccettabile, che l'Europa in generale ma soprattutto l'Italia corre, è quello di essere in brevissimo tempo tributaria per una serie di tecnologie avanzate di paesi emergenti.
Del trattato di Kyioto, delle emissioni di CO2 e di impatto ambientale si è già trattato.
Vorrei concludere con una riflessione su quanto si potrebbe fare. Innanzitutto, occorre ricordare quello che la Francia ha saputo fare nel lontano 1973, durante la presidenza Giscard D'Estaing, quando si è dotata di un piano energetico né di destra né di sinistra ma nazionale. Da quel momento si sono succeduti in Francia governi e maggioranze, ma il programma energetico del paese non è mai cambiato.
Ritengo che una classe politica illuminata dovrebbe avere questo primo obiettivo ben chiaro e preciso: dotare il paese di un piano energetico bipartisan, nazionale, da perseguire con coraggio e coerenza per decenni, senza doverlo rivedere ad ogni cambio di maggioranza.
In questo piano, auspicabilmente, dovrebbero essere previsti: un intelligente mix energetico che non rinunci in modo aprioristico e ideologico a nessuna delle fonti energetiche disponibili; la questione del risparmio energetico, ma senza esagerare pena il rischio di una recessione industriale e produttiva; le fonti rinnovabili per quanto possono contribuire; il gas utilizzato nei cicli combinati e, soprattutto, il carbone pulito e il nucleare sicuro.