Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Concordo pienamente con il contenuto della relazione introduttiva del presidente Tabacci e sostengo l'appello del professor Pistella in tema di energia e liberalizzazione.
Condivido altresì la conclusione del professor Paganetto, laddove afferma che per ragionare in tema di energia occorre basarsi sui costi.
Come tutti sapete, in Italia la scelta è stata quella di basare la produzione di energia elettrica prevalentemente sul petrolio.
Il 70 per cento dell'energia prodotta in Italia proviene da oli combustibili e gas e quest'ultimo è indicizzato al prezzo del petrolio, con la conseguenza che un suo aumento comporta automaticamente un aumento del costo dell'energia.
Nonostante ciò, a supporto dell'ipotesi avanzata dal professor Pistella, posso dire che, come dimostrano le statistiche di Eurostat, dal 1996 al 2004 il costo dell'energia in Italia con riferimento alla tariffa media, è aumentata in termini nominali solo del 3 per cento, a fronte di beni che hanno subito aumenti del 70-100 per cento, per esempio nei comparti dei servizi e alimentare. Un aumento del 3 per cento in termini nominali significa in termini reali una diminuzione del 15 per cento, nello stesso periodo in cui i prezzi delle materie prime sono aumentati in maniera sensibile, in alcuni casi addirittura di 6 volte. Il miracolo di un costo dell'energia contenuto è potuto avvenire perché le dimensioni di scala dell'operatore hanno consentito economie di costo che sono state trasferite al sistema.
A questo proposito devo sottolineare che la liberalizzazione del mercato è un falso mito per due ragioni. Un mito errato, innanzitutto, è quello che porta a presumere che il numero dei concorrenti faccia diminuire i costi.
I costi diminuiscono in fabbrica e se si bruciano gas e olio combustibile questo non avviene per il fatto che gli operatori in gioco siano uno o dieci. Inoltre, farsi concorrenza con lo stesso tipo di impianto a ciclo combinato a gas comprando quest'ultimo tutti dalla stessa fonte non realizza concorrenza ma si risolve in una presa in giro. Bisogna smetterla di parlare di liberalizzazione. Le dimensioni di scala sono un fattore importante.
Questa è un'industria ad alta intensità di capitale, non è, per così dire, un business "per signorine", per deboli di cuore né per misure assistenziali. È un business che richiede il reinvestimento di flussi di cassa.
ENEL ha fatto e continua a fare la sua parte; quello che chiede è stabilità delle norme, certezza del diritto e continuità amministrativa.
Il nucleare, di fatto, non esiste. L'ENEL non può pensare di fare il nucleare in Italia. Se pensiamo che in Italia non si riesce a completare nemmeno una pala eolica in cima ad una montagna, immaginiamo cosa potrebbe comportare l'ottenere il permesso per realizzare un impianto nucleare! Mi rendo conto, naturalmente, che il dibattito sulla materia è necessario, anche perché in prospettiva dovremo in qualche modo fare dei passi avanti, considerato quello che fanno gli altri paesi. Il resto dell'Europa produce energia elettrica per il 30 per cento basata sul nucleare.

Bruno Tabacci, Presidente. Naturalmente quando lei afferma che negli altri paesi si produce energia nucleare perché si chiede alla società di farsi carico del problema, mentre in Italia non si riesce ad installare neppure una pala eolica non è certo un titolo di merito!

Fulvio Conti, Amministratore delegato ENEL SpA.
Potrei citare mille esempi di strabismo industriale: tutti sappiamo che il nostro è un paese che soffre di asfissia industriale. Ci facciamo del male da soli: basti pensare che un impianto a biomasse può venire bloccato perché, a causa della combustione di segatura e noccioli d'oliva, c'è il pericolo che nel fiume che corre 15 chilometri a valle un qualche pesce non possa riprodursi.
In tema di nucleare, l'Europa e il mondo si muovono. Sono oltre 440 gli impianti nucleari attivi, ai quali si aggiungeranno i nuovi commissionati.
Ho il piacere, l'onore e l'orgoglio di dire, come già anticipato dal presidente Tabacci, che ENEL, non potendosi muovere in Italia in questa direzione, lo sta facendo all'estero.
Mi riferisco innanzitutto alla possibilità di partecipare, come stiamo concordando di fare con i colleghi francesi di EDF, ad un piano di sviluppo del nucleare di nuova generazione chiamato European Pressurized Water Reactor (EPR), che dovrebbe avere notevoli vantaggi dal punto di vista della gestione, anche dei residui di reazione, e dare al contempo maggiori garanzie di affidabilità.
In secondo luogo, ci stiamo muovendo per l'acquisizione della maggioranza di controllo e quindi della gestione della società Slovanské Elektrarné, nostra omologa in Slovacchia, nella quale si registra un mix bilanciato di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, idroelettrico, da carbone e da nucleare. Per quest'ultimo esistono buoni impianti di tecnologia russa del tipo ad acqua leggera pressurizzata, cioè la tecnologia PWR che è la più diffusa in Occidente e nel mondo in generale. In particolare, gli impianti che saranno acquisiti da Enel con Slovenske Elektrarne appartengono alla seconda generazione, sono di concezione cecoslovacca e sono stati giudicati ampiamente soddisfacenti in termini di sicurezza dall'Agenzia delle nazioni Unite per l'Energia Atomica (IAEA) e considerati accettabili dall'Unione europea.
Lo sviluppo in questo campo ci consente di acquisire e sviluppare competenze nucleari specifiche all'interno dell'ENEL che dovrebbero aiutarci a sbarcare sul fronte del nucleare in modo economicamente valido utilizzando al tempo stesso tali esperienze per ulteriori espansioni.
Nel frattempo, non restiamo in attesa che le decisioni di politica industriale ci riportino o meno al nucleare, dal momento che abbiamo un'occasione storica per colmare il gap rispetto ai costi del resto d'Europa. Un gap che comunque si è assottigliato, dal momento che, se si escludono le componenti accessorie della tariffa elettrica, gli oneri di sistema e le tassazioni, il divario di costo in questo momento si aggira intorno al 20 per cento.
Possiamo recuperare tale divario solo se siamo posti in grado di fare ciò che ci è consentito.
Una volta vendute le cosiddette Genco (generation company), sarebbe un omicidio dell'ENEL abbassare ulteriormente le dimensioni di scala della società quando tutto il resto del mondo va nella direzione opposta. Basta varcare il confine per vedere che in Francia mantengono una dimensione di scala importante per i fabbisogni energetici del loro sistema, in Spagna si consolidano gli operatori e in Germania esistono 3 operatori, non 25: ci sarà pure una ragione perché questo avviene!
Per preservare questa capacità innovativa, oltre alle dimensioni di scala dobbiamo operare in direzione dell'ammodernamento del nostro parco di produzione, che passa attraverso il completamento, peraltro ormai definitivo, del programma di conversione degli impianti da olio combustibile denso a ciclo combinato a gas. Abbiamo 5 mila megawatt di capacità; nonostante i vari "dimagrimenti" gli sforzi compiuti ci vedono sempre al primo posto in Italia, sia pure molto vicini al secondo e terzo, in termini di capacità a ciclo combinato gas.
Dobbiamo inoltre poter proseguire in maniera decisa sul fronte del carbone pulito. Tutti i paesi hanno una quota significativa di produzione di energia elettrica a carbone. Dobbiamo spingerci ancora di più in questa direzione: attualmente stiamo procedendo con un nuovo impianto a Civitavecchia e stiamo aspettando gli esiti di una richiesta di autorizzazione a Porto Torres, che speriamo di poter ottenere quanto prima.
A questo proposito sottolineo come sia necessaria la certezza delle regole. Non è possibile che un impianto venga autorizzato a tutti gli effetti dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni e successivamente venga rimesso in discussione a seguito dell'alternanza democratica di un'amministrazione locale. La certezza del diritto deve essere assolutamente garantita.
Un'ultima considerazione riguarda il Trattato di Kyoto.
Gli impianti a ciclo combinato a gas e a carbone ad elevata efficienza su cui Enel sta investendo ci consentono, nel complesso, di ridurre fortemente le emissioni rispetto al 1990. Il Protocollo di Kyoto rappresenta al tempo stesso un'opportunità, perché spinge il sistema, in particolare quello europeo, a migliorare e ammodernare i propri impianti, e una condanna dal momento che l'Europa rispetto al resto del mondo e l'Italia rispetto all'Europa si sono autoimposte obiettivi molto più onerosi. Ciò comporta che l'Italia, nonostante livelli di efficienza che la pongono all'avanguardia, debba sostenere uno sforzo di riduzione delle emissioni pari ad almeno un quinto del totale europeo, mentre altri paesi membri dell'Unione già si trovano al di sotto dei livelli di emissione consentiti da Kyoto, con evidenti squilibri di costo e di competitività.; e questa non è la sola asimmetria dal momento che noi italiani, che registriamo nel prodotto interno lordo una minore intensità di energia per unità di prodotto, paghiamo per i tedeschi, che hanno un'intensità di utilizzo maggiore.
Un'ulteriore asimmetria si registra poi all'interno del paese, visto che lasciamo che il trasporto inquini e ce la prendiamo con l'industria elettrica.
Si tratta di un'ulteriore follia che va corretta e sanata non soltanto perché l'Europa deve essere promotrice di nuove iniziative ma perché ciò non può avvenire in modo totalmente slegato dal concetto di economicità.
Spero, in conclusione, di essere stato abbastanza provocatorio.