Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Sarà difficile aggiungere ulteriori elementi di riflessione al quadro completo della situazione illustrato dal presidente Tabacci. Mi soffermerò pertanto in particolare sul tema delle azioni concrete che in prospettiva è possibile ipotizzare.
Il problema centrale è rappresentato a mio avviso dal livello di costo dell'energia.
In termini di costi relativi a trasporto e distribuzione, tuttavia, il sistema italiano presenta struttura e valori assolutamente allineati con quelli degli altri Paesi. Nel confronto internazionale ci troviamo addirittura in condizioni di privilegio, registrando valori molto contenuti anche a seguito delle significative riduzioni realizzate negli ultimi 5-10 anni.
La questione riguarda pertanto in modo prioritario i costi di produzione.
Su questo tema occorre una certa chiarezza perché si può immaginare che ulteriori interventi di privatizzazione e razionalizzazione del mercato possano essere di aiuto ma non certamente risolutivi e determinanti. Ciò non va sottovalutato per non correre il rischio di avvalorare proposte che vadano nella direzione di agire su una componente non determinante come quella dei trasporti e della distribuzione.
Un'altra considerazione attiene alla struttura dei costi.
L'importazione di combustibile in valuta dall'estero non è equivalente in termini di assetto produttivo con l'ammortamento di impianti realizzati in Italia. Il nucleare presenta quindi non solo un costo più basso del chilowattora, ma anche una ben più modesta incidenza del combustibile: minori costi variabili e minore importazione.
Quanto alla dinamica dei costi, questa ha riflessi sulle tendenze a lungo termine e sulle oscillazioni del prezzo degli idrocarburi. Ciò è particolarmente significativo in considerazione dell'ingombro fisico del combustibile. La scorta di quest'ultimo per il funzionamento di una centrale di grande potenza per alcuni anni occupa infatti uno spazio non significativo e consente quindi uno stoccaggio per un lungo periodo, impensabile con altri sistemi di produzione.
Non va inoltre dimenticato, per l'impatto rispetto a comparti limitrofi, il rilievo della padronanza di tecnologie nucleari.
Si è già parlato dell'impatto ambientale.
Se si vuole essere realistici non esistono soluzioni alternative alla produzione di energia elettrica per via nucleare per conseguire, nei paesi industrializzati, l'obiettivo fissato dal trattato di Kyoto.
Si tratta di un dato particolarmente significativo su scala planetaria perché è stato completamente ignorato l'impatto dei paesi "non Kyoto". Si tratta di un'espressione non frequente, che invito a considerare con attenzione, e che contiene, per esempio, la somma della produzione di energia e, conseguentemente, dell'emissione di CO2 di Stati Uniti, Cina e India.
Di questo si dovrebbe parlare, mentre, al contrario - sono stato personalmente attaccato per avere espresso questa convinzione - sembra quasi proibito sottolineare la circostanza che il protocollo di Kioto non risolve nulla. Se è vera la correlazione fra accumulo di CO2 e aumento della temperatura occorre rendersi conto che è illusorio affrontare gli obiettivi posti dal protocollo di Kyoto, limitandosi all'efficienza energetica di Europa e Giappone, che rappresentano solo una modesta frazione del problema.
Grandi fautori dell'utilizzo su ampia scala del nucleare dovrebbero essere i sostenitori delle economie dell'idrogeno. Considerato che l'idrogeno non esiste in natura e che può essere prodotto attraverso l'utilizzo di energia elettrica o di energia termica, nella consapevolezza dell'improponibilità che l'economia dell'idrogeno si regga attraverso il solare termodinamico ad alta temperatura, l'unica soluzione alternativa è infatti rappresentata dalla produzione o in un ciclo termico (ma occorre poi riflettere su quale combustibile) o in un ciclo elettrico (affrontando la questione di come produrre l'energia elettrica). Se quindi si considera importante l'economia dell'idrogeno - e, con alcune condizioni, posso sottoscriverlo - il nucleare rappresenta quasi un vincolo per la produzione.
Le scelte degli altri Paesi sono state ricordate dal presidente Tabacci e non posso che confermare le cifre già citate. Sono convinto che carbone e nucleare siano fortemente connessi. Una soluzione all'italiana che preveda un'incidenza nella produzione di energia elettrica dell'ordine del 14 per cento per la somma di nucleare e carbone a fronte di una media dei paesi evoluti del 70 per cento, mi pare rappresenti uno scenario che si commenta da solo.
Una questione di fondo che ritengo sia utile affrontare è quella che riguarda l'arco temporale di riferimento, perché anche in termini di struttura dei costi c'è una componente che penalizza il nucleare.
Quest'ultimo diventa vantaggioso nel lungo periodo proprio in considerazione della forte incidenza dei costi di investimento rispetto al combustibile. Occorre quindi per la realizzazione dell'intervento un soggetto economico che abbia la consistenza, la lungimiranza e la determinazione necessarie a compiere un investimento che penalizza i propri bilanci nell'immediato a fronte di concrete prospettive di ritorno nel medio e lungo termine. Siamo in una stagione in cui, per una serie di ragioni (finanziarizzazione dell'economia, fase di privatizzazione e così via), questo tipo di decisioni risulta particolarmente difficile.
Sotto questo profilo esprimo un ringraziamento esplicito all'Enel che, nonostante la situazione, nei termini possibili ha intrapreso scelte che vanno nella gusta direzione, sia pure al di fuori del paese. La questione della scelta del soggetto economico, per certi versi, coinvolge anche i pubblici poteri o, per lo meno, richiede regole e meccanismi di riconoscimento di questa tipologia di investimenti. Il nucleare non è oggetto affidabile al libero mercato senza interventi normativi.
Altra grande questione che attiene al nucleare è quella della sicurezza che, per la necessità di un'accettazione generalizzata da parte dell'opinione pubblica, pone anche problemi di certezza dei tempi di autorizzazione, costruzione ed avvio dell'impianto. In strutture con i costi di cui ho parlato, ogni incertezza rischia infatti di compromettere il senso dell'operazione. Anche per questo ribadisco che non è percorribile la strada di ricondurre la questione ad una logica di mercato in senso stretto.
Né la questione può essere affrontata in una logica squisitamente nazionale. Per evidenziare meglio il senso delle mie parole ricorrerò a due esempi, il primo dei quali ritengo clamoroso.
Non sottoscrivo, da un punto di vista tecnico, la decisione di realizzare in Italia un deposito di rifiuti radioattivi ad alta attività a tempo indefinito. Le quantità attualmente presenti in Italia costituiscono frazioni percentuali dello stock di altri paesi che potrebbero, a costi marginali irrilevanti, risolvere il problema. In una logica di sistema, non capisco francamente la logica di norme comunitarie che proibiscono l'esportazione definitiva di rifiuti da un Paese all'altro e sono convinto che questo argomento andrebbe indubbiamente affrontato con chiarezza sia con il Commissario europeo, sia in sede parlamentare.
Vi è poi la questione delle scelte progettuali e delle autorità di sicurezza.
Non ritengo sia ipotizzabile una via nazionale al nucleare, ma che sia invece una saggia scelta quella di inserirci tecnologicamente negli sforzi di sviluppo attualmente in corso nei paesi europei.
Nel ringraziare l'Enel, pertanto, auspico altresì che l'Enea riprenda il suo impegno nel settore per fornire, in collaborazione con l'Enel, un significativo contributo nazionale. Per motivi di scala, di accettazione da parte della pubblica opinione e per tante altre considerazioni legate anche agli anni difficili che sono alle nostre spalle, considero sia suggeribile che le procedure autorizzative per un reattore standard con regole standard siano gestite da un organismo sopranazionale.
Un'ultima riflessione riguarda il mondo scientifico ed in particolare il CNR.
È giunto il momento per la comunità scientifica nazionale di esprimersi su questi temi con grande responsabilità e chiarezza.
Ci sono stati troppi anni di ambiguità, di frasi formulate con chiavi di lettura plurime (per non offendere i fautori dell'idrogeno, per non parlare male delle fonti rinnovabili e via dicendo); altri 5 o 10 anni di simili comportamenti potrebbero comportare la chiusura definitiva di ogni opportunità nel settore.
Per quanto è in mio potere, a livello personale e dell'istituto che rappresento, farò tutto il possibile perché la comunità scientifica si esprima con correttezza e professionalità. Abbiamo addirittura introdotto nel nostro piano triennale - come il Viceministro Possa sa avendolo approvato - una dimensione di "etica della partecipazione", a voler significare che la comunità scientifica, oltre a dover conoscere, deve anche comunicare e prendere posizioni in questioni difficili che hanno un impatto determinante per il nostro futuro.