Attivitą del VAST
Prospettive dell'energia nucleare in Italia

Data:   20/10/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




1. Introduzione



Desidero innanzitutto ringraziare i relatori e tutte le persone qui convenute che, accogliendo l'invito del Comitato dell'Ufficio di Presidenza della Camera per la valutazione delle scelte scientifiche e tecnologiche (VAST), sono presenti al seminario odierno.



Ringrazio particolarmente il Vice Ministro per l'Università e la ricerca on. Guido Possa, per avere accettato il nostro invito a partecipare all'iniziativa.



Quello di oggi è il nono appuntamento seminariale organizzato dal Comitato Vast sui temi delle scelte scientifiche e tecnologiche, che, come di consueto, si propone di porre i temi relativi alla scienza e allo sviluppo tecnologico al centro del quadro di riferimento del Parlamento. Attraverso indagini conoscitive, audizioni o Seminari del tipo di quello odierno, si vuole promuovere il rapporto con gli esperti e gli esponenti del mondo imprenditoriale ed istituzionale, per far sì che l'informazione tecnica possa divenire un passaggio essenziale del processo decisionale all'interno degli organi e delle procedure parlamentari.



Oggetto del presente Seminario è un tema rilevante nell'odierno dibattito economico e politico: le prospettive dell'energia nucleare in Italia.
I temi dell'energia sono costantemente all'attenzione del Parlamento.
La X Commissione Attività produttive della Camera, che ho l'onore di presiedere, ha svolto dal 2001 una Indagine conoscitiva sulla situazione e sulle prospettive del settore dell'energia, approvando un Documento conclusivo il 18 aprile 2002.



Nella parte di analisi di quel documento si è evidenziato con chiarezza, per quanto riguarda il il fabbisogno energetico nazionale, la mancata corrispondenza tra offerta disponibile e domanda di energia. Al fabbisogno di energia elettrica registrato nel 2001, pari a 52 mila MW, si è potuto sopperire solo attraverso 6 mila MW di importazione dall'estero, in un contesto in cui il tasso di incremento dei consumi annui è pari al 3 per cento. Il blackout della notte del 28 settembre 2003 ha reso evidenti anche all'opinione pubblica le implicazioni di una situazione di tale genere.



Alla dipendenza dall'estero in termini di capacità di generazione si aggiunge la dipendenza in termini di acquisizione dei combustibili primari, che in Italia è pari all'80 per cento, a fronte di una media europea del 40 per cento. L'incremento del prezzo del barile di greggio (e del prezzo del gas naturale che a quello è agganciato) è quindi particolarmente negativo per l'Italia e per la sua capacità di competere sui mercati internazionali. In sintesi sono due le questioni che si pongono: in primo luogo definire il mix delle fonti di approvvigionamento energetico che attualmente ci vedono fortemente svantaggiati; in secondo luogo considerare i benefici che l'utilizzazione dell'euro ha determinato nel settore energetico, in quanto se non fossimo stati agganciati alla moneta europea il prezzo del barile del petrolio sarebbe stato del tutto insostenibile per il nostro paese.



Sin dalle crisi petrolifere del 1973 e del 1979, i paesi più industrializzati hanno saputo realizzare politiche di diversificazione nell'energia, ricorrendo, al carbone, all'energia nucleare e alle altre fonti rinnovabili. L'Italia ha affiancato al petrolio il gas naturale, mentre il nucleare, settore nel quale noi vantavamo un'eccellenza scientifica, tecnologica ed industriale, dopo il referendum sul nucleare del 1987, è stato abbandonato.



In ossequio alla moratoria quinquennale decisa dal Governo d'allora all'esito del referendum, furono chiuse le centrali di Caorso e di Trino Vercellese e fu interrotta la costruzione di quella di Montalto di Castro, con una dispersione delle ingenti risorse finanziari impegnate in tali progetti. Ricordo al proposito che a cavallo dal 1981 e il 1982 l'allora Ministro dell'industria Marcora si spese in prima persona per il nucleare, pur essendo un tema controverso e delicato nella percezione dell'opinione pubblica. Rammento personalmente come in caso di necessità Marcora mostrasse un taccuino in cui erano indicati i dati dei vantaggi, in termini di risparmio sui costi, che l'utilizzazione della centrale di Caorso poteva determinare sulla bolletta energetica italiana.



Le decisioni sul nucleare della fine degli anni `80 hanno comportato la dispersione di un grande patrimonio di know-how scientifico, organizzativo ed umano per le aziende operanti in un settore evoluto ad elevata specializzazione ed innovazione tecnologica, compromettendo sostanzialmente un intero settore di politica industriale.



Alla rinunzia alla tecnologia nucleare in Italia ha fatto da contraltare la scelta, in Europa e nel mondo, di continuare sulla strada del nucleare. Da dati di provenienza ONU-Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) del 2003 si evince che il 17% dell'energia elettrica mondiale è prodotta dal nucleare, ad opera di più di 440 reattori attivi. Almeno 90 di questi dispongono di una tecnologia identica a quella utilizzata nella centrale di Caorso. La potenza nucleare in funzione nel mondo che al momento del disastro di Chernobyl era di 250 mila MWe, nel 2003 era salita a circa 360 mila MWe. Dal nucleare proviene il 7% di tutta l'energia prodotta nel mondo.



In Europa tale rapporto è pari al 35% del totale dell'energia elettrica prodotta: in Europa l'energia nucleare è dunque la prima fonte di produzione elettrica, seguita dal carbone. In Francia il 78% dell'energia elettrica è prodotta tramite nucleare e come è noto noi siamo tributari della Francia per l'importazione di energia. In Germania il 40% dell'energia è prodotta per via nucleare; in Giappone il 33%, negli Stati Uniti il 20%.



In conseguenza delle decisioni degli anni '80 la produzione di energia in Italia è rimasta perciò fortemente dipendente dall'estero, con un elevata dipendenza del costo di produzione dal prezzo dei combustibili fossili - petrolio e gas naturale - e l'importazione di energia elettrica dall'estero per soddisfare il fabbisogno energetico. L'Italia è l'unico grande paese europeo ad essere strutturalmente dipendente dalle importazioni, nel senso che queste ultime risultano indispensabili a coprire il fabbisogno nazionale. Il secondo paese per importazione è la Spagna con una percentuale, peraltro, molto più bassa di quella italiana.



Al netto delle vicende concernenti la liberarizzazione del mercato dell'energia se l'Italia non interverrà sulla struttura delle fonti di produzione, si determineranno conseguenze negative per quanto riguarda il costo dell'energia pagato dai consumatori.



Questa situazione produce ricadute sui costi della produzione di energia, sia sui consumatori, in termini di aggravio dei costi al consumo, che sul comparto produttivo che utilizza l'energia, in termini di ridotta competitività per accrescimento dei costi di produzione, che tende ad aumentare in uno scenario ove il costo del petroli è in forte rialzo, e il cui costo non è prevedebile possa diminuire visto che anche eventi accidentali come un uragano in America ne determinano il rialzo. Nel corso dell'indagine sull'energia della X Commissione della Camera dati forniti dalla Confindustria hanno mostrato con chiarezza che il costo dell'energia è in Italia notevolmente superiore rispetto a quello che si registra negli altri paesi europei, stimando il costo di produzione ex fabrica in Italia nel 2001 intorno alle 110 lire per chilowattora, contro una media europea di 60 lire circa. Ciò indebolisce la competitività delle imprese, per le quali l'energia elettrica costituisce un fattore di costo significativo.



L'ampio ricorso ai combustibili fossili comporta peraltro rilevanti problemi di compatibilità ambientale, tali da rendere molto più costosi per l'Italia gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dal protocollo di Kyoto. Altre considerazioni meritano le considerazioni strategiche circa l'allocazione geopolitica delle scorte petrolifere e le previsioni circa il loro progressivo esaurimento nei prossimi decenni.



Le prospettive mondiali richiedono per il futuro quantità crescenti di energia. Nel Worid Energy Outlook 2004, elaborato dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) e dall'OCSE, si sottolinea come il consumo di energia sia in crescita esponenziale, con una stima di un incremento del 60% sino al 2030, anche per l'avvento sulla scena mondiale di due grandi potenze produttive come la Cina e l'India, al quale corrisponde un incremento del livello di emissioni di anidride carbonica, per l'uso crescente di combustibili fossili. Di qui la necessità di utilizzare in maniera crescente combustibili più puliti.



Non vi è dubbio che il nucleare non sia l'unica risorsa energetica alternativa a quella dei combustibili fossili. Va detto peraltro che le fonti rinnovabili garantiscono attualmente la copertura per circa il 17% del fabbisogno di energia elettrica, in massima parte derivante dalle fonti rinnovabili tradizionali (idroelettricità, geotermia) mentre limitato è l'apporto delle fonti rinnovabili innovative (solare termico, fotovoltaico, eolico, biomasse, biocombustibli, combustibile derivato dai rifiuti). Vorrei far notare che l'utilizzo in Italia di tali fonti è stato distorto dal fatto che tra le fonti rinnovabili sono state contabilizzate anche le fonti assimilate. Di fatto si sono considerate nell'ambito delle fonti rinnovabili anche fonti che tali non sono, per quanto assimilate ad esse.



Lo sfruttamento dell'energia nucleare comporta in tutti i Paesi un rilevante impegno di gestione, per i connessi aspetti tecnologici ed organizzativi. Le esperienze del passato (Chernobyl) e la conoscenza dei problemi di obsolescenza tecnologica degli impianti dell'Europa dell'Est sono temi di grande rilevanza che un grande Paese deve affrontare in maniera matura, senza approcci ideologici, ma trovando negli strumenti organizzativi a disposizione e nella funzionalità che un sistema di governance democratica deve garantire, per ottenere il consenso dell'opinione pubblica.



Il sistema politico deve farsi carico di queste tematiche e porsi il problema del futuro, impostando le scelte di pianificazione che richiedono prospettive di lungo termine e la dotazione di capacità di amministrazione pubblica per la regolazione e il controllo tecnico del settore.



Nella parte propositiva della citata Relazione conclusiva dell"Indagine sull'energia scrivevamo nel 2002, come Commissione Attività produttive della Camera - e rivendico al proposito di aver riaperto in tale sede istituzionale la questione del nucleare in Italia - che "una riflessione specifica è da dedicare al nucleare, una fonte energetica che l'Europa sta utilizzando consistentemente e dalla quale nei fatti non si può prevedere scelga di uscire nel breve medio termine. L'Italia continua a sottrarsi alla regola pratica che vede tutti gli altri paesi dell'Unione avvalersi, per il 70 per cento della produzione di energia elettrica, del mix carbone più nucleare (il peso relativo cambia da paese a paese, ma la somma è sostanzialmente costante). Nè si può tacere che l'apertura dei mercati è, in condizioni di asimmetria ed eterogeneità, un percorso che rischia di divenire a senso unico. I progressi della ricerca in materia di energia nucleare andranno quindi attentamente seguiti e valutati. Da approfondire è inoltre il divario dei costi di produzione, nettamente a favore dell'energia nucleare. Un'attenta analisi, da promuovere anche a livello comunitario, dovrà, in particolare, essere svolta con riferimento ai diversi fattori di costo (oneri per la sicurezza, smaltimento dei rifiuti radioattivi, accantonamenti per decommissioning ecc.), anche al fine di verificare se la formazione del prezzo dell'energia nucleare avvenga secondo logiche di mercato" ...



E ancora: "Un paese come l'Italia, fortemente dipendente nei suoi approvvigionamenti energetici e attivo sul mercato mondiale con una funzione sostanzialmente trasformatrice non può che avvantaggiarsi dall'integrazione su scala mondiale, oltre che continentale, del sistema di approvvigionamento delle fonti e di trasporto e trasformazione dell'energia. " .................. "Particolarmente efficaci nella direzione dell'integrazione sono gli interventi concertati con i Paesi in via di sviluppo per l'applicazione del protocollo di Kyoto: un esempio può essere la realizzazione di centrali elettriche ad alto rendimento in paesi emergenti con tecnologie italiane e risorse finanziarie in parte italiane prevedendo una forma di project financing che restituisca nel tempo i capitali, attraverso i proventi della vendita dell'energia elettrica prodotta. Potrebbe rientrare in questo schema un impegno in compartecipazione di operatori italiani nella produzione di energia elettrica da nucleare in altri paesi europei, nel pieno rispetto delle regole che presiedono al funzionamento dei diversi mercati. Questo al fine di superare la situazione attuale che ci vede mercato di sbocco quasi garantito per i paesi come la Francia che si sono costruiti attraverso il nucleare una rendita di posizione con vantaggi economici diretti e indiretti (difesa della competitività del loro sistema industriale) e di sicurezza di approvvigionamenti che sarebbe bene poter condividere."



A seguito di queste indicazioni e delle conseguenti decisioni che Parlamento e Governo hanno adottato l'Enel ha potuto avviare proficue collaborazioni con i paesi dell'Europa dell'Est con particolare riferimento all'acquisizione della Società di energia elettrica nella Slovacchia, che opera anche nel settore nucleare.



Rimandando a queste valutazioni chiudo pertanto il mio intervento, sollecitando ora il contributo dei relatori.