Attivitą del VAST
Modelli statistici per la rilevazione dell'economia sommersa

Data:   22/09/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Ringrazio a mia volta il presidente Tabacci per l'iniziativa assunta, che ci dà l'opportunità di ragionare nel merito di una questione di grande rilievo, spesso non evidenziata dai dati disponibili, che spesso forniscono un'immagine del paese assolutamente differente da quella reale (basti pensare all'appiattimento generale sulle aliquote basse, conseguenza del sommerso e dell'evasione), impedendo l'assunzione di decisioni di politica fiscale ragionevoli e motivate.
Il mio intervento odierno riguarderà innanzitutto gli studi di settore - rispetto ai quali rivendico una sorta di merito personale - che ritengo possano costituire, nel breve periodo, lo strumento per la risoluzione del problema oggetto delle nostre riflessioni.
Sulla base dei dati disponibili risulta che le imprese italiane al di sotto della soglia degli studi di settore sarebbero pari al 99,3 per cento della platea delle imprese.
Se tali dati sono corretti, ne consegue che il 99,3 per cento delle imprese è tassato con il meccanismo degli studi di settore e la restante parte in base al bilancio e dovrà aspettarsi una verifica, magari annuale (ad oggi prevista come triennale), che ne consentirà il monitoraggio permanente.
A tale proposito concordo quasi pienamente con quanto affermato dal professor Zanardi in merito alla soluzione del problema dell'evasione, nonché sulla distinzione da lui sottolineata tra sommerso ed evasione: una differenza che appare come molto semplice sotto il profilo giuridico dal momento che può verificarsi il caso di assenza di reddito e di evasione per effetto di sommerso da entrambe le parti in causa.
Il tema centrale appare dunque quello del controllo, non solo per l'evasione ma, utilizzando e raffinando lo strumento degli studi di settore, anche per il sommerso, sulla base della distinzione della congruità dalla coerenza tra i diversi elementi che concorrono a formare lo studio. La non coerenza tra ricavi, redditi, personale è per esempio in grado di evidenziare la sussistenza di lavoro nero.
Ferma restando la giusta osservazione del professor Zanardi sulla scarsa disponibilità di dati, devo però sottolineare che in base alle cifre della Agenzia delle entrate tra il 1998 e il 2001 i contribuenti congrui sono passati dal 49 al 62,9 per cento.
Mi rendo perfettamente conto come ciò non comporti necessariamente una compliance, ma sono convinto che proprio gli studi di settore abbiano rappresentato una fonte rilevante del gettito negli anni della scorsa legislatura, in parte derivante proprio dall'adeguamento dei lavoratori autonomi attraverso quello strumento.
Tralascio di soffermarmi su tutti gli altri strumenti già richiamati nel dibattito: di deflazione, di amministrazione attiva, di concordato preventivo.
Dissento però rispetto a quanto affermato dal professor Zanardi su un dato: nessuno poteva aderire ad un concordato preventivo che prevedeva un reddito crescente a fronte di un generale declino nel paese. Ritengo fosse del tutto ovvio che si trattasse di uno strumento che non poteva funzionare (è stato infatti utilizzato da pochi fortunati in controtendenza con redditi molto elevati), come lo stesso Governo ha rapidamente convenuto, decidendo di abbandonarlo.
Concludo affermando di guardare con una certa serenità alla fiscalità del paese.
Se infatti sono vere le cifre che sono state citate, il problema reale, per i soggetti tassati con gli studi di settore è rappresentato dal fatto che questi possono funzionare se le basi sono controllate.
La stessa Agenzia delle entrate parla di una manutenzione qualitativa e non quantitativa, volta ad introdurre ulteriori variabili all'interno del modello.
Mi pare un comportamento corretto, ma che richiede contestualmente un intervento, possibile con una relativa facilità, dal momento che non necessita di indagini contabili (necessarie invece per le indagini sulla tassazione in base al bilancio dell'impresa), sul versante quantitativo (metri quadri, forza lavoro, chilowattora e così via) degli studi di settore. Si rischia altrimenti che tutti vengano definiti congrui a causa di una manipolazione del meccanismo.
Non ho la pretesa di difendere la scientificità del sistema degli studi di settore: lo strumento è a nostra disposizione, ha funzionato ma può farlo ancora meglio, fornendo un supporto non solo sul versante dell'evasione ma anche su quello del sommerso, a condizione che vi sia la volontà di effettuare controlli a tappeto sulle basi quantitative del meccanismo.
In questo caso oltre il 99 per cento potrebbe iniziare a pagare di più o comunque in modo più razionale e perequato. E questo potrebbe essere certo un piccolo contributo, anche se non decisivo, nella direzione della soluzione del problema del sommerso.