Attività del VAST
Modelli statistici per la rilevazione dell'economia sommersa

Data:   22/09/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Il professor Biggeri ha esposto con chiarezza le modalità di approccio dell'Istat al fenomeno del sommerso. La lunga storia del Censis è differente da quella dell'Istat e i rapporti tra i due istituti sono stati talvolta caratterizzati da polemiche, superate di recente in considerazione del reciproco riconoscimento professionale, al di là delle differenti modalità di approccio alla questione.
Tutto ebbe inizio con il rapporto Censis del 1971, che conteneva la prima stima del lavoro sommerso in Italia. Quel rapporto riportava la cifra di 4,5 milioni di lavoratori, diviso tra part-time, stagionali e secondi lavori, corrispondente al 25-30 per cento circa del PIL.
L'Istat, allora presieduto dal professor De Meo, fece due comunicati di fuoco dichiarando che i dati non erano corretti ed iniziò così una polemica di anni, non del tutto personale ma anche politica: basti pensare che un grande uomo politico come Ugo La Malfa negò per anni l'esistenza del sommerso.
Il sommerso era la parte oscura, melmosa, non razionale della società che un istituto di statistica o un politico razionale quale La Malfa non potevano accettare; il Censis, al contrario, era mosso dalla volontà di vedere la realtà delle cose.
A proposito della stima di 4,5 milioni di lavori spezzonati, vorrei ricordare come lo stesso Presidente del Consiglio di allora chiese se non potevano essere trasformati in un milione di lavoratori regolari; gli dicemmo che era impossibile e abbiamo continuato a fare il nostro lavoro.
La differenza fondamentale tra il nostro modo di lavorare fin da allora e il metodo dell'Istat riguarda il fatto che noi ci siamo sempre mossi con la convinzione di dover studiare il Paese osservando le cose dal basso.
La nostra intuizione sull'economia sommersa avvenne nel 1969-1970 a Prato, patria allora come oggi del sommerso, a quell'epoca per lo più d'impresa.
Andammo poi a guardare cosa succedeva a Sassuolo, a Biella, a Lumezzane, a Fabriano, e capimmo che la dimensione localistica dell'economia italiana nascondeva il grande motore del sommerso, una modalità di produzione del reddito che sfuggiva - e in parte sfugge ancora - alla realtà delle statistiche.
Come direbbe Giuliano Amato, lo schema di ragionamento proposto da Biggeri equivale al vedere le cose dall'alto della Tour Eiffel, mentre le nostre modalità sono quelle di guardarle dal fondo della prateria.
In questi anni la struttura del sommerso è andata profondamente cambiando. Nel 1971 i dati riguardavano il sommerso di impresa: imprese che non pagavano contributi e tasse, e che non erano iscritte alla camera di commercio.
Oggi quel sommerso è andato, negli anni, lentamente emergendo, tanto è vero che anche a Prato oggi non si trova più la situazione di allora ma si registrano centinaia di aziende gestite da cinesi, per lo più emerse, prima per ragioni di prestigio della comunità, poi per l'affermarsi di regole.
In tutta l'Italia è difficile trovare una reale situazione di "sommerso di impresa". Nella nostra ultima ricerca del Censis è emerso che il sommerso di impresa è passato dal 28 per cento di alcuni anni fa al 10 per cento odierno: un dato dunque non molto lontano da quello citato da Biggeri.
Quello che nel corso degli anni è aumentato, creando grandi difficoltà a noi e difficoltà anche maggiori all'Istat, è stato il "lavoro sommerso": singoli che lavorano in proprio, al di fuori di ogni regola e contratto.
Non a caso, mentre il sommerso d'impresa era tipicamente centro-settentrionale, la maggior parte del lavoro sommerso è allocato nel Mezzogiorno.
Noi stessi, nel 2005, quando siamo tornati ad occuparci di sommerso, abbiamo scelto, non per tradizione ma per convinzione, lo stesso metodo di allora e siamo andati sul territorio, tornando nei distretti industriali di una volta, nelle città intermedie come Genova o in grandi città come Roma, dove all'epoca l'unico sommerso era il secondo lavoro degli impiegati pubblici e un po' nel turismo. Abbiamo poi ragionato con 800 testimoni di realtà locali per capire dove si collocasse principalmente il sommerso di lavoro, la cui incidenza, in base ai nostri dati ammonta ancora oggi al 28 per cento circa (dato che è in crescita rispetto all'ultima rilevazione del 2002, che era del 26 per cento).
Gli unici settori che registrano un'incidenza superiore al 30 per cento sono quelli dei servizi domestici e dell'assistenza alla persona (badanti, baby sitter); fra il 20 e il 30 per cento si trovano una parte dell'agricoltura, le costruzioni (subappalti e ristrutturazioni) e i pubblici esercizi; fra il 10 e il 20 per cento ci sono i piccoli esercizi commerciali, agriturismo e campeggi, intermediazione mobiliare, alberghi e servizi sociali; in una dimensione più marginale si trovano i servizi di consulenza, meccanica, servizi informatici, intermediazione finanziaria, trasporti e grandi esercizi commerciali.
Si osservi come il sommerso si sposta verso i servizi alle persone e verso il piccolo lavoro artigianale e familiare (subappalti, ristrutturazioni e pubblici esercizi), dove il lavoro individuale conta moltissimo e dove è più difficile intervenire.
Il sommerso di lavoro è molto più pericoloso di quello "d'impresa" degli anni settanta, in quanto quello era destinato ad emergere, mentre quello "di lavoro" no, e tende ad allargarsi in tutte le aree territoriali del paese.
Il Censis è stato tra i soggetti più critici rispetto ad un intervento legislativo contro il sommerso, contestando tale soluzione anche in Confindustria, quando l'allora presidente D'Amato lanciò l'iniziativa che fu poi ripresa dal Governo. Eravamo e siamo infatti convinti che non sia possibile legiferare contro il sommerso, come peraltro dimostra lo scarso grado di utilizzazione della normativa sull'emersione.
Il fenomeno del sommerso è incrostato all'interno dei rapporti familiari e lo si ritrova nella ristorazione, nell'agriturismo, in agricoltura, tutti settori dove va aumentando.
Ribadisco, in conclusione, che secondo i nostri dati le imprese sommerse sono attualmente in diminuzione rispetto al passato mentre il lavoro irregolare è in aumento e interessa circa il 16 per cento del lavoro autonomo e il 28 per cento del lavoro dipendente.
Al di là delle valutazioni di metodo tra Censis ed Istat, si tratta di due approcci diversi al problema; a noi sembra che il rapporto diretto con il territorio e con le realtà locali abbia fornito risultati che consentono di disporre di dati che forniscono la qualità intrinseca del fenomeno piuttosto che la sua dimensione quantitativa. Il vero problema, oggi, a mio avviso, non è infatti la differenza tra le percentuali fornite ma tra le diverse caratteristiche del lavoro irregolare che emergono dalla nostra ricerca e che mostrano una crescente corruzione del modo di fare economia in Italia, un crescente ripiegamento nel piccolo ed informale che si finisce con il pagare in termini di capacità di crescita complessiva.