Attivitą del VAST
Modelli statistici per la rilevazione dell'economia sommersa

Data:   22/09/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Ringrazio il presidente Tabacci per l'opportunità che questo incontro fornisce di contribuire al dibattito con dati rilevati non solo dall'alto della tour Eiffel, per citare il professor De Rita, come fa l'Istat, ma addirittura da un altro pianeta, dato che l'Ocse si basa sull'osservazione di oltre 30 Paesi.
Vorrei innanzitutto riprendere un'osservazione del presidente Tabacci relativamente alla discrepanza tra la percezione dei fatti e la statistica ufficiale: una differenza di sensibilità che sembra si applichi via via all'inflazione, al sommerso e quant'altro.
Questa distanza, apparente o reale, tra percezione e realtà, è anche legata al fatto che come consumatori percepiamo ciò che vediamo, nel settore del commercio, quando ristrutturiamo casa o quando andiamo al ristorante: tutti settori nei quali, secondo le stime ufficiali, la quota di sommerso è dell'ordine del 40-50 per cento.
Non dobbiamo allora limitarci a confrontare il dato del 16-17 per cento che emerge come media nazionale con quanto percepiamo, perché questo esclude il sommerso delle grandi imprese, per esempio energetiche, o della pubblica amministrazione in quanto produttrice di servizi, entrambi pari a zero.
Quanto sottolineato evidenzia come, approfondendo l'analisi, anche alcune apparenti discrepanze tra le statistiche ufficiali e quanto percepiamo come cittadini o consumatori, tendano a ridursi notevolmente.
È a mio avviso importante un po' di rigore metodologico sulle definizioni.
Un rigore che purtroppo, soprattutto a livello internazionale, viene meno.
Mi spiace rilevare, a tale proposito, che nella citazione di una pubblicazione Ocse contenuta nella ricerca del Censis sul sommerso sia stata omessa una frase fondamentale: l'Ocse, così come tutta la statistica internazionale, non riconosce alcuna validità ai metodi - per esempio usati da Schneider - che portano al dato del 28 per cento riportato nella ricerca, ritenendolo confuso sul piano metodologico e su quello definitorio. La cifra del 28 per cento è stata infatti citata nella pubblicazione Ocse proprio per contestarne la validità.
Occorre sforzarsi di fare una discussione seria sull'argomento perché se ci si basa su dati distorti si rischia di assumere decisioni errate.
Mi ha fatto piacere che il professor De Rita abbia ricordato l'origine del dibattito in Italia, che peraltro ha influenzato a livello internazionale l'evoluzione della statistica ufficiale.
Negli anni ottanta nella Comunità europea si decise di riformare il sistema di contribuzione al bilancio introducendo la cosiddetta quarta risorsa, il prodotto nazionale lordo.
La Comunità ha da allora dedicato risorse ed anni di studio per cercare di capire se i singoli paesi producevano stime del PIL affetti da distorsioni al ribasso con una conseguente evasione fiscale nei confronti dell'Unione europea.
Si è lavorato per 15-20 anni su questi dati, analizzando tutti i metodi utilizzati dagli istituti di statistica; ciò ha condotto a revisioni, nel Lussemburgo e in Grecia, del 30 per cento del prodotto nazionale lordo.
Il PIL italiano è rimasto sostanzialmente stabile proprio perché il metodo utilizzato e sviluppato dall'Istat anche grazie al contributo del Censis e di molti altri studiosi negli ultimi 20 anni, incorporava molte delle metodologie che poi sono diventate standard a livello internazionale.
Tutto questo va detto a merito sia della statistica italiana, sia di quella internazionale, che ha dedicato così tante risorse all'argomento.
I messaggi che emergono dal "Manuale sulla misurazione dell'economia non osservata" dell'Ocse, pubblicato nel 2002, è che occorre adoperare un quadro concettuale forte a fronte di un approccio complesso.
Non esiste una rilevazione che, da sola, sia in grado di definire quanta sia l'economia sommersa. Le indagini ad hoc servono, anche molto, ma in questo quadro complessivo.
Va detto che in alcuni casi, non solo in Italia, esiste talvolta la caccia al sensazionalismo: cifre forti che facciano notizia e che producano effetto sull'opinione pubblica.
È vero, come ha ricordato il professor De Rita, che trent'anni fa vi fu una grande battaglia ideologica tra statistica ufficiale e Censis in particolare, ma i tempi sono cambiati e anche se la statistica evolve continuamente tutte le statistiche hanno, per definizione, un margine di errore.
Sarei tuttavia estremamente cauto ad affermare che le statistiche italiane, come quelle di altri paesi industrializzati, sono affette da un errore dell'ordine del 15-20 per cento. Non esiste alcuna evidenza statistica, validata a livello internazionale, che ci possa condurre ad una simile affermazione.
È estremamente rischioso creare una confusione informativa perché, come sottolineava il presidente Tabacci, si rischia così di impostare politiche sulla base di dati non corretti.
Si tratta di un problema fondamentale di ogni sistema democratico moderno, ma soprattutto di ogni società basata sulla conoscenza e sull'informazione ed è proprio su questo punto che il ruolo della statistica pubblica, del sistema statistico nazionale e internazionale, diventa fondamentale: dal momento che la questione chiama in causa la cultura del paese, l'attenzione dei media e tanti altri elementi, occasioni come quella odierna, nelle quali è possibile il confronto tra opinioni diverse, appaiono estremamente utili
Vorrei citare, in conclusione, un esempio che mostra l'importanza fondamentale della comunicazione.
L'incidenza del lavoro dipendente irregolare, pari a circa il 28 per cento, di cui ha parlato il professor De Rita, secondo me rappresenta un dato non incompatibile con la stima dell'Istat.
Immagino infatti che il Censis faccia riferimento a posizioni lavorative irregolari, molte delle quali basate su poche ore di lavoro, che possono sicuramente essere ricondotte ad un dato molto vicino a quel 10 per cento indicato dall'Istat in termini di unità di lavoro standard a tempo pieno.
Provenendo da un'organizzazione internazionale, l'invito che rivolgo è quello di sviluppare ulteriormente le analisi, di cercare di creare ponti tra le statistiche ufficiali e il meritorio lavoro di istituzioni serie, non dando ascolto o quanto meno ponendo grande attenzione nell'utilizzo di fonti non corroborate dalla prova metodologica e di dedicare più risorse alla statistica pubblica dal momento che la misurazione della realtà è un lavoro assai complesso ed in esso l'Italia investe molto meno di tutti i principali paesi industrializzati.