Attivitą del VAST
Politica industriale e ricerca italiana per lo spazio nel quadro della politica spaziale europea

Data:   10/06/2005
Luogo: Sala del Mappamondo, Palazzo Montecitorio




Ringrazio gli organizzatori per questo invito a partecipare ad un appuntamento periodico ad alto livello, quale è quello promosso dal Comitato Vast che ritengo sia un modello da valorizzare, offrendo, con la sua attività, la possibilità di "fare il punto" della situazione sistematicamente e di valutare eventuali azioni di intervento.
Un'analisi complessiva è stata già svolta dal presidente Tabacci e dal professor Vetrella.
Mi limiterò quindi a riprendere alcuni aspetti già sottolineati nell'incontro dello scorso anno, richiamando in particolare la necessità di una politica industriale per lo spazio, non soltanto nella formula - che io sottoscrivo - del "giusto ritorno", ma più in generale in quella che avevamo individuato - nel Seminario del Comitato VAST dello scorso anno - dello "spazio come industry", vale a dire un filone di concreta attività industriale il cui decollo è possibile se si adottano concreti impegni di medio - lungo termine.
Ritengo che, in generale, non si possa parlare di politica della ricerca in settori hi-tech, in totale assenza di una politica industriale, di cui la politica della ricerca è un ingrediente vitale, ma non indipendente. So che il vice ministro Possa condivide questa analisi. Ricordo inoltre che un aspetto problematico di cui tenere conto è quello della costruzione del consenso della pubblica opinione su questi investimenti di portata strategica anche in considerazione delle risorse finanziare necessarie per questo settore.
Il rapporto con l'opinione pubblica e con gli stakeholders in generale - tanto più nel momento attuale in cui il sistema della politica europea incontra grosse difficoltà sul piano del consenso (inutile nascondersi che sarà questo l'impatto dei recenti referendum) - è un tema che non può essere tralasciato. Una insufficiente attenzione a questi aspetti potrebbe fare venir meno le premesse per una sistematica disponibilità di risorse.
Concentrerò il mio intervento sulla convinzione che il settore spaziale, oltre ad essere un'industry, costituisce un'occasione importante anche in quanto settore detentore di tecnologie evolute, suscettibili di applicazione non soltanto limitatamente all'ambito "spazio", ma anche in altri settori produttivi.
Sullo sfondo di tale assunto si intravedono altri temi che evocherò proprio per tentare di riprendere quello che era stato già evidenziato lo scorso anno con lo slogan "attenzione ai fuochi di paglia", intendendo con ciò la necessità di non creare discontinuità in termini di volumi di risorse investite. Il settore spazio ha bisogno di un volume di investimenti coordinato e costante nel tempo: il picco degli investimenti circoscritto ad un periodo limitato si rivela, in ultima analisi, dannoso, sia perché gli imprenditori hanno bisogno di certezze circa l'impegno di risorse, ma soprattutto perché il "calo" che segue il picco causa gravi scompensi.
Sul piano europeo, temo ancora il rischio di una Commissione UE che, come già verificatosi in altri settori, operi anche nel settore dello spazio senza una visione chiaramente enunciata e senza un disegno strutturato. Per la verità, quello che è stato presentato dalla Commissione in termini di approfondimento tematico programmatico è convincente e apprezzo il lavoro intenso e qualificato che è stato svolto per definire quelle stesse linee programmatiche. Devo però osservare come in molte circostanze la Commissione, nel momento in cui operano le strutture, applichi ancora criteri di azione tradizionali. Questo accade a volte nella fase veramente operativa per effetto di regole generali vigenti nella Direzione Bilancio o nei principi contabili che sottendono l'emanazione dei bandi. Il rischio è che si determini una lettura burocratica, con il richiamo a procedure di carattere generale, causa di una perdita di efficienza e di impatto.
Temo realmente gli effetti di questo meccanismo e sento il dovere di rappresentare tale timore in questa sede decisionale al massimo livello. Vi sono stati altri esempi in cui l'intervento comunitario non ha accelerato le dinamiche e non ha contribuito a rafforzare il settore. Affermo ciò con particolare convinzione e con meditata riflessione perché, al contrario, l'ESA rappresenta un punto di forza, non solo per il settore, ma anche come modello di project management, di committenza, di follow up dei fornitori. Parlando con gli operatori e non solo italiani, che lavorano per l'ESA, emerge il valore della "qualità" delle richieste di fornitura provenienti dalla stessa. Occorre dunque evitare che a richieste di qualità possano sostituirsi dichiarazioni di carattere generico della Commissione, e che in fase decisionale si compia, di fatto, un passo indietro. Forse Sergio Vetrella, per motivi istituzionali, ha dovuto essere più prudente. Non essendo il settore spazio direttamente nelle mie competenze (di Presidente del CNR, ndr), posso offrire una testimonianza "dall'esterno" dell'apprezzabile comportamento dell'ESA come cliente. Ricordo che la qualità della fornitura, è quasi sempre determinata dal cliente e dalla precisa formulazione delle sue richieste rivolte al fornitore e dai riscontri che effettua durante la fornitura.
In tale quadro, aggiungo un'altra considerazione che Sergio Vetrella non ha fatto, ma che ritengo condivida: la qualità del programma italiano è determinata dalla qualità dell'ASI e quest'ultima è determinata dalla qualità delle persone che vi lavorano, dalla loro qualificazione professionale, dalle regole che governano il personale. Se non si parla di questi dettagli, solo apparentemente marginali e burocratici, ma in grado di incidere in misura significativa sulla sostanza, ci si trova in difficoltà ad assumere personale, a rinnovare i contratti o riconoscere forme di avanzamento di carriere a personale qualificato. Si corre così il rischio di limitare l'azione ad una esemplare operazione di carattere sindacale, nel rispetto delle norme vigenti, perdendo però la partita nel campo della politica spaziale. La stessa valutazione vale anche per il CNR.
Va benissimo quindi una definizione in sede comunitaria di un Programma europeo per lo spazio - l'European space program - ma dobbiamo domandarci chi, come e con quali ruoli sarà chiamato a gestirlo. Dal momento che siamo in fase di definizione del budget pluriennale dell'Unione occorre affrontare l'argomento. La Commissione rivendica ruoli, ma è anche necessario che si occupi delle risorse. E' necessario, inoltre, porsi un interrogativo: esiste un'azione coordinata italiana tra Governo, Parlamento nazionale, parlamentari italiani in Europa, interessi organizzati nel mondo dell'impresa che segua il tema dell'allocazione di risorse nelle varie poste di bilancio di rilievo per lo spazio?
Sulla stampa non è riportato nulla sul tema. Si legge dello schieramento di due Paesi, uno che vuole ancora la politica agricola, un altro preoccupatissimo dei tagli sulle regioni svantaggiate, ma non si trova traccia di richiami al budget per la politica spaziale.
Vorrei aggiungere che, tra l'altro, si parla poco della questione di fondo, che è quella di garantire l'indipendenza tecnologica europea per i componenti e i sistemi "vitali". L'enunciato di tale indipendenza si trova nel Libro Bianco della Commissione UE e lo abbiamo tutti condiviso. Non è chiaro, però, quali siano le azioni concrete che consentano all'Europa di non essere dipendenti da paesi extraeuropei, su alcuni sistemi e componenti (penso, per esempio, a componenti elettronici di classe elevata).
Sul piano nazionale, si prova un senso di imbarazzo. È stato condotto un grande sforzo di programmazione, consultazione e identificazione degli obiettivi e questo rappresenta un valore. Ma i tavoli aperti, ad un certo punto, dovrebbero anche essere chiusi. Ho l'impressione invece che si stia diffondendo tra gli operatori la convinzione che stiamo andando a rilento. Il fatto che sia diffusa tale convinzione è significativo e va affrontato, per evitare che si inneschi sia un processo di sfiducia, sia una sorta di mutua giustificazione che consenta a chi è in ritardo di sentirsi parte di un ritardo di carattere generale e di limitarsi così a sottolineare le mancanze degli altri.
Con il vice ministro Guido Possa abbiamo parlato nei giorni scorsi di una questione che credo possa essere ripresa in questa sede. Si può sintetizzare così: tutti parliamo di patti: "Patto per l'Italia", "Patto per lo sviluppo", "Patto contro il declino". Molto più modestamente ritengo che anche in questo campo dovremmo procedere a veri e propri CONTRATTI, ben più puntuali e concreti dai PATTI. Lasciando da parte le analisi e gli impegni di carattere generale, in questo contesto uno slogan significativo potrebbe essere: "Dai patti ai contratti".
Per fare una breve lista di azioni necessarie, occorre partire dall'obiettivo di "creare valore". È importante insistere su questo aspetto e lo dico quale esponente della ricerca che, come tale, dovrebbe affermare il valore in sé delle conoscenze. Questa affermazione non è però del tutto corretta, in particolare nel settore spaziale. "Creare valore" significa identificare opportunità, soggetti, meccanismi di protezione, tutto ciò che in un bilancio imprenditoriale meriterebbe legittimamente di essere riportato tra le immobilizzazioni tecniche immateriali. Non v'è dubbio che occorre partire dalla ricerca, ma da qui, alle quantificazioni da riportare in bilancio senza compiere un falso, la strada è lunga. In particolare, occorre costruire la "catena del valore". Questa considerazione induce ad affrontare un'ultima questione, quella del "sistema delle imprese", non solo nell'ambito del comparto dello spazio. Si tratta di un argomento delicato che genera, a mio avviso, incomprensibili reticenze. Partirò da un caso concreto, estremamente positivo.
Nel rapporto tra CNR e Finmeccanica (che successivamente ha coinvolto Alenia Galileo, Telespazio verso le altre aziende del gruppo), si è convenuto di operare efficacemente attraverso il sistematico coinvolgimento delle piccole e medie imprese - sia fornitrici, che clienti - di queste grandi aziende. È un esempio di come si possa costruire una "catena del valore", allargando l'elenco degli utenti oltre i singoli grandi operatori.
Questa regola vale anche a proposito delle questioni generali affrontate in precedenza, incluso il meccanismo del consenso. Probabilmente sarebbe opportuno considerare che l'impegno nel settore spaziale costituisce uno dei tasselli per la risposta alla questione del possibile declino industriale: una fosca minaccia che rischia di diventare certezza se se ne parla senza fare nulla.
Una delle azioni da intraprendere è l'identificazione dei punti di forza. Il contesto spaziale è sicuramente eleggibile per un investimento di questo tipo, la cui motivazione profonda va anche al di là delle logiche pur significative di comparto e diventa un'occasione per creare tecnologia e conoscenza. Vi è anche una valenza generale nel lavorare per progetti che è quella di scandire gli obiettivi, identificare gli interlocutori, assumere impegni.
Si è già parlato, ma lo sottolineo perché ci riguarda direttamente, dell'importanza di investire in iniziative quali GMES, Cosmo Sky Med, Galileo, come strutture di ricerca, che rappresentano grandissime opportunità la cui valenza va assolutamente oltre il sistema spaziale. Quest'ultimo ha bisogno di una politica industriale che, a sua volta, necessita dell'apporto del primo. Solo gestendo il sistema spaziale con una logica più ampia di quella specifica di settore possiamo ottenere il consenso, le risorse e i risultati che abbiamo il diritto e il dovere di aspettarci.